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lunedì 6 giugno 2011

30 maggio 2011 - 9:07

ESCLUSIVO/7 La verità di Nino Lo Giudice su uomini e affari della cosca Tegano, a partire dalla Multiservizi


Il 30 novembre 2010 l’infaticabile Nino Lo Giudice continua a sostenere l’interrogatorio nel carcere romano di Rebibbia alla presenza del Procuratore capo Giuseppe Pignatone, del procuratore aggiunto di Reggio Calabria Michele Prestipino Giarritta, di Renato Cortese capo della Squadra mobile di Reggio Calabria e dell’avvocato Fernando Catanzaro del Foro di Roma

All’ora di pranzo, Pignatone tira fuori un album predisposto dalla squadra Mobile, sezione criminalità organizzata, con 30 foto, che Lo Giudice è chiamato a riconoscere (o meno).

Si tratta di 30 nominativi sui quali, è logico pensare, la magistratura reggina stia raccogliendo elementi, prove, riscontri, dati, fatti, incroci e circostanze utili anche a ricostruire la mappa della criminalità e della zona grigia cittadina e provinciale.

La prima foto la riconosce: è quella di Giorgio Benestare detto Franco, del quale Lo Giudice racconta l’appartenenza alla cosca Tegano.

Anche la seconda foto viene riconosciuta: è quella di Angelo Benestare, fratello del primo. Non si parla di affiliazione ma è ovvio che anche lui appartiene alla cosca Tegano.

La terza foto, di Giovanni Pellicano, non viene riconosciuta.

La quarta foto, riconosciuta, è di Luigi Molinetti, anche lui apparteneva alla cosca Tegano. Ma ora? “Guardate – risponde Lo Giudice a Pignatone – un personaggio così non credo che può rimanere fuori in quanto diciamo è un killer specializzato”.

La quinta foto, riconosciuta, è di Francesco Polimeni, che secondo il racconto del pentito è cognato di Pasquale Tegano.

La sesta foto, anch’essa riconosciuta, è del fratello Alfredo Polimeni, anch’egli ovviamente affiliato alla cosca Tegano.

La settima foto, riconosciuta, è di Alberto Rito, che secondo Lo Giudice fa filtrare molte notizie sulla cosca Tegano.

L’ottava foto, di tal Vincenzino Zappia, non viene riconosciuta.

La nona foto, riconosciuta, è di Paolo Polimeni, detto “Lucifero” affiliato sempre secondo Lo Giudice, alla cosca Tegano. “Questa persona – dichiara Lo Giudice – non guarda a nessuno in faccia e quello che gli viene chiesto non ci pensa due volte a farlo”.

Riconosciuta anche la decima foto, quella di Rosario Aricò, della cosca Tegano secondo quanto racconta (ripetiamo allo sfinimento) Lo Giudice.

La foto numero 11, riconosciuta, ritrae Gioacchino Riedo, per Lo Giudice ex affiliato della cosca Audino.

Non viene riconosciuto Emilio Eugenio Diara, mentre nella foto n.13 viene riconosciuto Emilio Firriolo, detto Peppe che, secondo Lo Giudice, “fa affari con i Tegano, cosca al quale è affiliato”.

Nella foto numero 14 il pentito riconosce Antonio La Villa, anche lui affiliato alla cosca Tegano. Interessante scoprire ciò che Nino Lo Giudice dice di lui e dei familiari: “…morti di fame…loro distribuiscono caffè e bevande in tutti i posti credo anche in Questura se sbaglio non faccio…”.

“Se sbaglio non faccio” è un’espressione che Nino Lo Giudice ripete spesso. La trovo irrispettosa e irresistibile al tempo stesso e dunque, se sbaglio non faccio, non

prenderò più caffè negli uffici pubblici di Reggio Calabria. Anche perché leggete come Lo Giudice spiega a Pignatone la penetrazione nel settore pubblico: “Dottore è molto facile capirlo perché se sono affiliati alla cosca Tegano quindi hanno strade sia a vincere appalti di distributori automatici e tante altre cose…”.

Poi Lo Giudice riconosce il padre del precedente, Giuseppe La Villa, mentre nella foto n.16 riconosce Antonio Polimeni, detto “u troio”.

La foto 17, quella di Francesco Borruto, ci mette un po’ a riconoscerla, così come la seguente, quella di Francesco La Villa e la 19, quella di Cosimo Scaramozzino.

La foto 21 non viene riconosciuta: è quella di Pasquale Rappoccio, così come la numero 22 che ritrae Vincenzo D’Ascola. Su quest’ultimo, però, Lo Giudice ha un sussulto e si ricorda che è della cosca De Stefano.

Le foto 23, 24 e 25 sono facili come riconoscere Maradona: si tratta di Paolo, Giuseppe e Bruno Tegano. Ma quest’ultimo a Lo Giudice non risulta affiliato, sarebbe fuori dal giro.

La foto numero 26, quella di Edmondo Branca, a Lo Giudice non dice nulla, mentre nella numero 27 riconosce Pasquale Utano, anche lui per il pentito affiliato alla cosca Tegano.

Nella 28 riconosce Mario Gennaro sul quale non aggiunge affiliazione, mentre nella numero 29 riconosce Carmelo Vazzana, che gli sembra “un Condello” ma con cui non ha mai avuto nulla a che fare, così come con l’ultimo, Bruno Nicolazzo, che neppure riconosce nell’album di foto che, a questo punto si chiude.



LA FIGURA DI RICHICHI SECONDO LO GIUDICE



Ma se avete saputo tenere il conto vi sarete resi…conto che manca la foto numero 20.

La ventesima foto che Nino Lo Giudice riconosce nel corso dell’interrogatorio nel carcere romani di Rebibbia, è quella di Giuseppe Richichi. E qui conviene soffermarsi perché costui non è uno qualunque. E’ un socio privato della Multiservizi spa partecipata dal Comune di Reggio Calabria, che il 5 aprile è stato fermato dalla polizia giudiziaria nell’ambito dell’operazione “Archi” della Dda di Reggio.

Vale la pena di trascrivere questa parte di interrogatorio.

Lo Giudice Antonino: so che Carmelo Barbaro ha diciamo come vi devo dire … ha un’amicizia molto stretta e credo che nella Multiservizi sia lui che Carmelo Barbaro hanno qualche cosa da spartire, da spartire in quanto si diceva in giro che Carmelo Barbaro ne prendeva parte in questa società.

Pignatone: si diceva chi lo diceva?

Lo Giudice Antonino: si diceva in giro, lo diceva Luciano, lo diceva Stefano Costantino, Domenico … Gangemi, in generale ecco!

Pignatone: e quindi questo è comunque affiliato pure lui alla …

Lo Giudice Antonino: credo che è affiliato alla cosca di Carmelo Barbaro.

Pignatone: Tegano in particolare Barbaro.

Lo Giudice Antonino: sì.

Pignatone: lei c’ha avuto a che fare?

Lo Giudice Antonino: sì c’ho avuto a che fare in quanto mio fratello Luciano, se non mi ricordo male, circa sette/otto anni fa anche di più aveva prestato dei soldi a questa persona e che poi …

Pignatone: a Richichi?

Lo Giudice Antonino: sì a Richichi sempre di affari non di usura e quindi in un bel momento questo si presentò da Luciano dicendo che non poteva più restituire i soldi …ascoltate, non poteva restituire i soldi, adesso adesso c’è da ridere veramente e allora dietro questa persona si presentò uno dei Condello se non mi ricordo male…

Pignatone: dei Condello?

Lo Giudice Antonino: dei Condello o dei Tegano non mi ricordo di preciso, dicendo che lui non aveva più i soldi e che non poteva tornarli, alla fine dei discorsi chi si presentò portò i soldi e la situazione si è chiusa, mi sembra che doveva dare a Luciano un 50.000.000 mi sembra.

Pignatone: una decina di anni fa ancora in lire.

Lo Giudice Antonino: sì, sì.

Pignatone: e avete avuto una grande discussione?

Lo Giudice Antonino: no, discussione più che altro lui voleva fare il furbo con Luciano…

Pignatone: ed è intervenuto lei.

Lo Giudice Antonino: … perché sentendosi le spalle coperte dai Tegano, mi sembra dai Tegano, e allora cercò diciamo di accaparrarsi dei soldi di Luciano.

Pignatone: e poi lei, è intervenuto lei a parlare con questo inviato.

Lo Giudice Antonino: sì, mi sembra che c’ero pure io.

Pigantone: e alla fine portò i soldi.

Lo Giudice Antonino: sì portò i soldi, li portò quello che si presentò a aggiustare le cose.

Bene ora mi fermo. Vi do appuntamento ai prossimi giorni. Ora vado a dedicarmi un po’ alla scrittura del mio libro (“Vicini di mafia”) che uscirà in autunno.

7– the end (le precedenti 6 puntate sono state pubblicate il 16, 17, 18, 19, 20 e 21 maggio)
r.galullo@ilsole24ore.com

p.s. Invito tutti ad ascoltare la mia trasmissione su Radio 24: “Sotto tiro – Storie di mafia e antimafia”. Ogni giorno dal lunedì al venerdì alle 6.45 circa e in replica alle 0.15 circa. Potete anche scaricare le puntate su www.radio24.it. Attendo anche segnalazioni e storie.

p.p.s. Il mio libro “Economia criminale – Storia di capitali sporchi e società inquinate” è ora acquistabile con lo sconto del 15% al costo di 10,97 euro su: www.shopping24.ilsole24ore.com. Basta digitare nella fascia “cerca” il nome del libro e, una volta comparso, acquistarlo.

7– the end (le precedenti puntate sono state pubblicate il 16, 17, 18, 19, 20 e 21 maggio)
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p.s. Invito tutti ad ascoltare la mia trasmissione su Radio 24: “Sotto tiro – Storie di mafia e antimafia”. Ogni giorno dal lunedì al venerdì alle 6.45 circa e in replica alle 0.15 circa. Potete anche scaricare le puntate su www.radio24.it. Attendo anche segnalazioni e storie

30 maggio 2011 - 9:07

ESCLUSIVO/7 La verità di Nino Lo Giudice su uomini e affari della cosca Tegano, a partire dalla Multiservizi


Il 30 novembre 2010 l’infaticabile Nino Lo Giudice continua a sostenere l’interrogatorio nel carcere romano di Rebibbia alla presenza del Procuratore capo Giuseppe Pignatone, del procuratore aggiunto di Reggio Calabria Michele Prestipino Giarritta, di Renato Cortese capo della Squadra mobile di Reggio Calabria e dell’avvocato Fernando Catanzaro del Foro di Roma

All’ora di pranzo, Pignatone tira fuori un album predisposto dalla squadra Mobile, sezione criminalità organizzata, con 30 foto, che Lo Giudice è chiamato a riconoscere (o meno).

Si tratta di 30 nominativi sui quali, è logico pensare, la magistratura reggina stia raccogliendo elementi, prove, riscontri, dati, fatti, incroci e circostanze utili anche a ricostruire la mappa della criminalità e della zona grigia cittadina e provinciale.

La prima foto la riconosce: è quella di Giorgio Benestare detto Franco, del quale Lo Giudice racconta l’appartenenza alla cosca Tegano.

Anche la seconda foto viene riconosciuta: è quella di Angelo Benestare, fratello del primo. Non si parla di affiliazione ma è ovvio che anche lui appartiene alla cosca Tegano.

La terza foto, di Giovanni Pellicano, non viene riconosciuta.

La quarta foto, riconosciuta, è di Luigi Molinetti, anche lui apparteneva alla cosca Tegano. Ma ora? “Guardate – risponde Lo Giudice a Pignatone – un personaggio così non credo che può rimanere fuori in quanto diciamo è un killer specializzato”.

La quinta foto, riconosciuta, è di Francesco Polimeni, che secondo il racconto del pentito è cognato di Pasquale Tegano.

La sesta foto, anch’essa riconosciuta, è del fratello Alfredo Polimeni, anch’egli ovviamente affiliato alla cosca Tegano.

La settima foto, riconosciuta, è di Alberto Rito, che secondo Lo Giudice fa filtrare molte notizie sulla cosca Tegano.

L’ottava foto, di tal Vincenzino Zappia, non viene riconosciuta.

La nona foto, riconosciuta, è di Paolo Polimeni, detto “Lucifero” affiliato sempre secondo Lo Giudice, alla cosca Tegano. “Questa persona – dichiara Lo Giudice – non guarda a nessuno in faccia e quello che gli viene chiesto non ci pensa due volte a farlo”.

Riconosciuta anche la decima foto, quella di Rosario Aricò, della cosca Tegano secondo quanto racconta (ripetiamo allo sfinimento) Lo Giudice.

La foto numero 11, riconosciuta, ritrae Gioacchino Riedo, per Lo Giudice ex affiliato della cosca Audino.

Non viene riconosciuto Emilio Eugenio Diara, mentre nella foto n.13 viene riconosciuto Emilio Firriolo, detto Peppe che, secondo Lo Giudice, “fa affari con i Tegano, cosca al quale è affiliato”.

Nella foto numero 14 il pentito riconosce Antonio La Villa, anche lui affiliato alla cosca Tegano. Interessante scoprire ciò che Nino Lo Giudice dice di lui e dei familiari: “…morti di fame…loro distribuiscono caffè e bevande in tutti i posti credo anche in Questura se sbaglio non faccio…”.

“Se sbaglio non faccio” è un’espressione che Nino Lo Giudice ripete spesso. La trovo irrispettosa e irresistibile al tempo stesso e dunque, se sbaglio non faccio, non

prenderò più caffè negli uffici pubblici di Reggio Calabria. Anche perché leggete come Lo Giudice spiega a Pignatone la penetrazione nel settore pubblico: “Dottore è molto facile capirlo perché se sono affiliati alla cosca Tegano quindi hanno strade sia a vincere appalti di distributori automatici e tante altre cose…”.

Poi Lo Giudice riconosce il padre del precedente, Giuseppe La Villa, mentre nella foto n.16 riconosce Antonio Polimeni, detto “u troio”.

La foto 17, quella di Francesco Borruto, ci mette un po’ a riconoscerla, così come la seguente, quella di Francesco La Villa e la 19, quella di Cosimo Scaramozzino.

La foto 21 non viene riconosciuta: è quella di Pasquale Rappoccio, così come la numero 22 che ritrae Vincenzo D’Ascola. Su quest’ultimo, però, Lo Giudice ha un sussulto e si ricorda che è della cosca De Stefano.

Le foto 23, 24 e 25 sono facili come riconoscere Maradona: si tratta di Paolo, Giuseppe e Bruno Tegano. Ma quest’ultimo a Lo Giudice non risulta affiliato, sarebbe fuori dal giro.

La foto numero 26, quella di Edmondo Branca, a Lo Giudice non dice nulla, mentre nella numero 27 riconosce Pasquale Utano, anche lui per il pentito affiliato alla cosca Tegano.

Nella 28 riconosce Mario Gennaro sul quale non aggiunge affiliazione, mentre nella numero 29 riconosce Carmelo Vazzana, che gli sembra “un Condello” ma con cui non ha mai avuto nulla a che fare, così come con l’ultimo, Bruno Nicolazzo, che neppure riconosce nell’album di foto che, a questo punto si chiude.



LA FIGURA DI RICHICHI SECONDO LO GIUDICE



Ma se avete saputo tenere il conto vi sarete resi…conto che manca la foto numero 20.

La ventesima foto che Nino Lo Giudice riconosce nel corso dell’interrogatorio nel carcere romani di Rebibbia, è quella di Giuseppe Richichi. E qui conviene soffermarsi perché costui non è uno qualunque. E’ un socio privato della Multiservizi spa partecipata dal Comune di Reggio Calabria, che il 5 aprile è stato fermato dalla polizia giudiziaria nell’ambito dell’operazione “Archi” della Dda di Reggio.

Vale la pena di trascrivere questa parte di interrogatorio.

Lo Giudice Antonino: so che Carmelo Barbaro ha diciamo come vi devo dire … ha un’amicizia molto stretta e credo che nella Multiservizi sia lui che Carmelo Barbaro hanno qualche cosa da spartire, da spartire in quanto si diceva in giro che Carmelo Barbaro ne prendeva parte in questa società.

Pignatone: si diceva chi lo diceva?

Lo Giudice Antonino: si diceva in giro, lo diceva Luciano, lo diceva Stefano Costantino, Domenico … Gangemi, in generale ecco!

Pignatone: e quindi questo è comunque affiliato pure lui alla …

Lo Giudice Antonino: credo che è affiliato alla cosca di Carmelo Barbaro.

Pignatone: Tegano in particolare Barbaro.

Lo Giudice Antonino: sì.

Pignatone: lei c’ha avuto a che fare?

Lo Giudice Antonino: sì c’ho avuto a che fare in quanto mio fratello Luciano, se non mi ricordo male, circa sette/otto anni fa anche di più aveva prestato dei soldi a questa persona e che poi …

Pignatone: a Richichi?

Lo Giudice Antonino: sì a Richichi sempre di affari non di usura e quindi in un bel momento questo si presentò da Luciano dicendo che non poteva più restituire i soldi …ascoltate, non poteva restituire i soldi, adesso adesso c’è da ridere veramente e allora dietro questa persona si presentò uno dei Condello se non mi ricordo male…

Pignatone: dei Condello?

Lo Giudice Antonino: dei Condello o dei Tegano non mi ricordo di preciso, dicendo che lui non aveva più i soldi e che non poteva tornarli, alla fine dei discorsi chi si presentò portò i soldi e la situazione si è chiusa, mi sembra che doveva dare a Luciano un 50.000.000 mi sembra.

Pignatone: una decina di anni fa ancora in lire.

Lo Giudice Antonino: sì, sì.

Pignatone: e avete avuto una grande discussione?

Lo Giudice Antonino: no, discussione più che altro lui voleva fare il furbo con Luciano…

Pignatone: ed è intervenuto lei.

Lo Giudice Antonino: … perché sentendosi le spalle coperte dai Tegano, mi sembra dai Tegano, e allora cercò diciamo di accaparrarsi dei soldi di Luciano.

Pignatone: e poi lei, è intervenuto lei a parlare con questo inviato.

Lo Giudice Antonino: sì, mi sembra che c’ero pure io.

Pigantone: e alla fine portò i soldi.

Lo Giudice Antonino: sì portò i soldi, li portò quello che si presentò a aggiustare le cose.

Bene ora mi fermo. Vi do appuntamento ai prossimi giorni. Ora vado a dedicarmi un po’ alla scrittura del mio libro (“Vicini di mafia”) che uscirà in autunno.

7– the end (le precedenti 6 puntate sono state pubblicate il 16, 17, 18, 19, 20 e 21 maggio)
r.galullo@ilsole24ore.com

p.s. Invito tutti ad ascoltare la mia trasmissione su Radio 24: “Sotto tiro – Storie di mafia e antimafia”. Ogni giorno dal lunedì al venerdì alle 6.45 circa e in replica alle 0.15 circa. Potete anche scaricare le puntate su www.radio24.it. Attendo anche segnalazioni e storie.

p.p.s. Il mio libro “Economia criminale – Storia di capitali sporchi e società inquinate” è ora acquistabile con lo sconto del 15% al costo di 10,97 euro su: www.shopping24.ilsole24ore.com. Basta digitare nella fascia “cerca” il nome del libro e, una volta comparso, acquistarlo.

7– the end (le precedenti puntate sono state pubblicate il 16, 17, 18, 19, 20 e 21 maggio)
r.galullo@ilsole24ore.com

p.s. Invito tutti ad ascoltare la mia trasmissione su Radio 24: “Sotto tiro – Storie di mafia e antimafia”. Ogni giorno dal lunedì al venerdì alle 6.45 circa e in replica alle 0.15 circa. Potete anche scaricare le puntate su www.radio24.it. Attendo anche segnalazioni e storie

domenica 22 maggio 2011

Le verità nascoste dell’omicidio di Fortugno: lupare bianche, omicidi e appalti sanitari



ESCLUSIVO/2 Le verità nascoste dell’omicidio di Fortugno: lupare bianche, omicidi e appalti sanitari
Cari amici di blog da ieri sto scrivendo della lettera anonima, accompagnata da una fotocopia, giunta la scorsa settimana sulla mia scrivania al Sole-24 Ore. Dieci pagine della Squadra mobile, sezione criminalità organizzata, della Questura di Reggio Calabria, spedite al pm Roberta Nunnari, volata poi a Milano. Data. 1° dicembre 2005. Firma: Salvatore Arena, capo della squadra mobile, avvicendato il 15 giugno 2007 con Renato Cortese.

COMPARE “MARTURANA”

La Squadra mobile di Reggio è convinta: l’omicidio ha avuto il via libera delle famiglie reggine Libri e De Stefano, mentre non si parla né della cosca Condello (la terza gamba del potere criminale a Reggio) né dei rapporti tra le cosche reggine e le cosche della Locride che, con tutto il rispetto che possono pur nutrire nei confronti dei “colleghi” reggini, a casa loro fanno il cazzo che vogliono e non subiscono decisioni neppure se viene giù il “Supremo”, ma semmai le condividono.

E per chi nutrisse dubbi che la Squadra mobile è convinta a dicembre 2005 di aver imboccato la strada giusta, ecco che compare il riferimento a tale “Marturana” che, con elevate probabilità, afferma l’informativa, potrebbe essere “Santo Alfonso Martorano, già candidato non eletto nelle file dell’Udeur. Il Martorano, avvocato, residente a S.Ilario dello Jonio, nel cuore della Locride, è coniugato con tale Maesano Antonina. Su entrambi questo Ufficio ha avviato ulteriori approfondimenti sui quali si fa riserva di riferire l’esito”.

E perché la Squadra Mobile tira in ballo questo “Marturana”e lo accosta con “elevate probabilità” a un avvocato che – è bene dirlo subito – mai è stato indagato e forse apprenderà qui per la prima volta di essere stato nominato nell’informativa? Sempre per dovere di cronaca ecco cosa scrive la Squadra mobile: “…Tuscano e Sinicropi partecipavano al capo dell’omonimo sodalizio (un modo burocratico per dire che riferivano a Don Mico, ndr) che Pasquale Libri (cioè il fratello di Don Mico, ndr) aveva già partecipato ad un incontro con altri personaggi non meglio identificati, verosimilmente finalizzato ad approfondire modalità e conseguenze del programmato delitto…Tale incontro, al quale avrebbe partecipato, tra gli altri, anche l’indicato “Marturana”, si sarebbe verificato, così per come indicato da Tuscano Salvatore, dentro la sala Bingo di Reggio Calabria”. Sala Bingo che, per la cronaca, era riconducibile alla cosca Tegano. Quindi anche la cosca Tegano sapeva. E siamo a tre cosche reggine che sapevano. E diamo per scontato che il “Supremo” non potesse non sapere.

Se davvero Marturana fosse identificabile con l’avvocato Marturano, così come suppone l’informativa del 1° dicembre 2005 (ma sarebbe interessante sapere che fine hanno fatto quegli approfondimenti su lui e la famiglia promessi alla Procura di Reggio dalla Squadra Mobile), c’è da registrare che nell’inchiesta Meta di giugno 2010 il sostituto procuratore di Reggio Calabria, Giuseppe Lombardo, annota nella richiesta di ordinanza di custodia cautelare, che il 27 gennaio 2007 Cosimo Alvaro si sfogò con Giuseppe Panuccio. Motivo dello sfogo? Il giorno prima aveva avuto un diverbio con Carmelo Barbieri, che era intenzionato ad appoggiare, per le future elezioni comunali di Reggio Calabria, il candidato “Marturano”, che i Carabinieri identificheranno in Giuseppe Martorano, effettivamente eletto nella lista composta da NPsi, Udeur e Pri Insieme per la Calabria. “Il litigio – scrive il Pm Lombardo - scaturiva dal fatto che Cosimo Alvaro, sicuramente, aveva richiesto alcuni voti a Barbieri a favore di Panuccio, ma lo stesso aveva rappresentato di volere appoggiare Martorano, poiché impiegato presso il Consorzio di Bonifica, il cui presidente, Santo Alfonso Martorano, era fratello del candidato”. I Martorano, specifichiamo ancora, anche in quella inchiesta non furono mai indagati.

LE RIPRESE VIDEO E I SILENZI

Gli investigatori il 16 ottobre 2005, di buon’ora, poche ore prima dell’omicidio che avverrà nel pomeriggio a Locri, addirittura filmano un incontro tra Pasquale Libri, Paolo Rosario De Stefano e Paolo Schimizzi, presunto reggente del clan Tegano e cognato di Paolo Rosario De Stefano, scomparso probabilmente per lupara bianca il 20 settembre 2008. E i Condello? Zero carbonella: non ci sono. Ma questo non vuol dire nulla. Il loro assenso non sarà mancato per altre vie: senza l’ok del “Supremo” un omicidio come quello di Francesco Fortugno non sarebbe mai avvenuto.

Peccato che Schimizzi non possa verosimilmente più essere d’aiuto, così come d’aiuto non sarà più Salvatore Tuscano, autista di Pasquale Libri, raggiunto il 9 maggio 2007 in un salone da barba a Reggio, inseguito sin fuori dal locale e finito a colpi di pistola. Chi lo ha ucciso? E chi ha fatto sparire Schimizzi? L’unico vivo è Sinicropi. Per ora.

In mezzo a tanti misteri – che fine hanno fatto le successive investigazioni della Squadra mobile? Sono mai state effettuate come promesso? – e a tanti omicidi sarebbe interessante capire se qualcuno ha continuato a battere quella pista e la pista degli appalti sanitari.

Per la cronaca, la vedova di Fortugno, la parlamentare del Pd Maria Grazia Laganà, nel dicembre scorso è stata rinviata a giudizio con Pasquale Rappoccio, per una vicenda di forniture sanitarie proprio all’Asl di Locri dove lavoravano tanto Laganà quanto il marito. Forniture di Rappoccio attraverso la Medinex di Rosalia Maria Raffa, dove Rappoccio figura socio accomandante. Rappoccio, massone, ha cariche e interessi ovunque. Vicepresidente del cda di Gesam spa di Villa San Giovanni (lavori edili e alberghi), amministratore unico della Volley Calabria srl, della Antares eurotrading srl di Reggio Calabria e della Icras srl di Roma (valorizzazione e promozione immobiliare).

Il tempo, solo il tempo, saprà veramente dirci cosa è davvero successo nei giorni immediatamente precedenti all’omicidio. In attesa magari di ulteriori carteggi che, anonimi o meno, contribuiscano a rompere il muro di omertà su quel feroce e scientifico delitto.

2 – the end




ESCLUSIVO/1 Le verità nascoste dell’omicidio di Fortugno, “battezzato” dalle cosche Libri e De Stefano
“Quando leggerà le carte che le trasmetto non mi chieda perché, non c’è una ragione precisa, è solo la voglia di fare chiarezza e liberarmi da un peso di anni. Non penso che ci siano in carcere innocenti per l’omicidio Fortugno…penso però che qualcuno sin dall’inizio delle indagini abbia voluto nascondere un pezzo della verità…”: comincia così la lettera che mi sono ritrovato in redazione quattro giorni fa al ritorno dal mio viaggio tra Caltanissetta e Catania.

La lettera anonima era accompagnata da una fotocopia. Dieci pagine della Squadra mobile, sezione criminalità organizzata, della Questura di Reggio Calabria. Data. 1° dicembre 2005. Firma: Salvatore Arena, primo dirigente. Una curiosità: forse la busta è stata portata direttamente al giornale a Milano perché sul francobollo mancava il timbro postale. Strano no?

Si tratta – verosimilmente – della stessa lettera e della stessa informativa che ha ricevuto il collega Enrico Fierro. Come lo immagino? Semplice: lui l’ha sparata subito sul Fatto Quotidiano. Io non potevo farlo: ero in Sicilia.

Perché l’abbiamo ricevuta? Per me lo spiega l’anonimo: “conosco bene la sua serietà e la sua capacità di raccontare ogni storia senza paura alcuna”. Vero.

L’informativa – ammesso e non concesso che sia vera ma il collega non ha ricevuto alcuna smentita ed è bollata e firmata – è straordinariamente interessante perché apre uno squarcio di “ovvietà” sull’omicidio di Francesco Fortugno, vice presidente del consiglio regionale calabrese, ucciso davanti a un seggio di Locri il 16 ottobre 2005.

L’ovvietà consiste nel fatto che l’omicidio non poteva non essere stato deciso ad altissimi livelli e il movente va – a mio modesto avviso ma lo scrivo da sempre – cercato a Locri e più esattamente nel mondo politico e nei suoi intrecci con la sanità.

TUTTI SAPEVANO

“Tutti sapevano, Forze dell’ordine e magistrati inquirenti, persino a Roma e tutti hanno insabbiato”: ecco come prosegue la lettera dell’anonimo, prima di lasciare spazio alle 10 pagine dell’informativa della Squadra mobile.

Ricordiamo che per l’omicidio di Fortugno sono stati condannati anche in appello Alessandro Marcianò e suo figlio Giuseppe come mandanti e Salvatore Ritorto e Domenico Audino come esecutori materiali.

Chiunque abbia letto – come io ho fatto, e in attesa delle motivazioni dell’appello – la sentenza di primo grado sa che è oltremodo ridicolo pensare che questi quattro tizi, senza arte ne parte, potessero inventare, gestire ed eseguire un tale e clamoroso omicidio eccellente.

Ed in effetti l’informativa non fa che confermarlo. Nel 2005 gli investigatori intercettano ambientalmente a Prato, in via Guasti 55, dove sconta i domiciliari, Mico Libri, capo indiscusso dell’omonima cosca.

Non solo. Il 13 ottobre - tre giorni prima dell’omicidio – due fedelissimi di Don Mico parlano con il fratello di quest’ultimo, Pasquale. E vengono intercettati. Cosa dicono i due a Pasquale? Che il 16 ottobre alle 10 si incontreranno con esponenti delle ‘ndrine federate De Stefano-Tegano. Certamente un incontro al vertice: De Stefano-Libri, come a dire chi comanda in provincia di Reggio e chi custodisce le tavole delle leggi di mafia calabrese. Uno di quegli eventi che non avvengono per parlare di calcio ma di morti o di affari. Che poi in Calabria sono spesso la stessa cosa.

LA TELEFONATA DEL 13 OTTOBRE

Il 13 ottobre alle 21.52.48 i due fedelissimi (Salvatore Tuscano e Antonino Sinicropi) dicono testualmente a Don Mico: “…da lunedì in poi ridiamo…”.

Lunedì 17 ottobre, dunque, il giorno dopo l’omicidio.

“Lo stupore di Don Mico – annota la Squadra mobile – affiorava al punto che, all’oscuro di quanto sarebbe avvenuto dopo qualche giorno, chiedeva spiegazioni…La risposta evidenziava come in un luogo non meglio indicato, verosimilmente riferendosi al comprensorio della Locride, ci si comportasse al di fuori delle regole di ‘ndrangheta…”

Strano che Don Mico, tre giorni prima, non sapesse una beata fava di un omicidio che – ne sono certo – sarà stato definitivamente “liberato” appena 45 giorni prima a Polsi. Secondo: Don Mico dice testualmente: “Lì si fa tutto tranne il bene”, riferendosi alla Locride. Beh, non è proprio come dire che ci si comporta fuori dalle regole di ‘ndrangheta, perché la Locride “è” la ‘ndrangheta rurale e cafona e non me lo vedo Don Mico come un intellettuale in grado di sposare le fini ed eccellentissime strategie della ‘ndrangheta borghese che alligna nei salotti buoni di Reggio Calabria. Ma comunque può darsi che si riferisse all’ormai conclamata inaffidabilità delle cosche Cordì e Cataldo. Amen, andiamo avanti.

Successivamente Don Mico sentenzia e dice ad uno dei due: “…Una sola cosa ti dico, tu devi stare attento…che non succeda qualche cazzata, per il resto fate quello che volete…”

La squadra mobile – che spedisce l’informativa al sostituto procuratore Roberta Nunnari, ora a Milano – è sicura: “appare fondatamente ipotizzabile – scrive il dirigente Arena – che i colloquianti stessero discutendo, seppur implicitamente, dell’imminente omicidio del vicepresidente del consiglio regionale della Calabria Fortugno Francesco e delle conseguenze che avrebbe determinato anche in seno agli assetti e agli equilibri delle ‘ndrine operanti nella provincia”.

Ma c’è di più. “…appare altrettanto fondatamente ipotizzabile che la decisione di attentare alla vita del Fortugno Francesco – continua l’informativa – ormai in via di definitiva assunzione ai massimi livelli decisionali delle strutture criminali reggine, fosse stata sottoposta al vaglio del boss Libri Domenico attraverso i suoi più fidi luogotenenti…”.

Bene. Per ora fermiamoci qui. Domani proseguiremo con la seconda parte dell’informativa della Squadra mobile di Reggio Calabria che conferma come la strada da battere dovesse continuare ad essere quella del delitto eccellente deciso a livelli altissimi.

1 – to be continued

Roberto Galullo

ESCLUSIVO / 6 Bomba al pm antimafia Cisterna e incontri clandestini nel nuovo memoriale di Nino Lo Giudice

Cari amici di blog il 30 novembre l’infaticabile Nino Lo Giudice, colui il quale, a parte il terremoto di Reggio, sì è autoaccusato di ogni tragedia o quasi, sostiene un nuovo interrogatorio nel carcere romano di Rebibbia alla presenza di Giuseppe Pignatone, del procuratore aggiunto Michele Prestipino Giarritta, di Renato Cortese Capo della Squadra mobile di Reggio Calabria e dell’avvocato Fernando Catanzaro del Foro di Roma.

Il suo debutto è questo: voglio fare dichiarazioni spontanee.

Prego, si accomodi: “Allora … io sono a conoscenza che Luciano, mio fratello Luciano, aveva dei contatti con il dottore Alberto Cisterna in quanto in precedenza gli era stato presentato da Antonino Spanò e so che in una, in una questione che riguardava una barca del dottore Alberto Cisterna si impegnò sia Nino Spanò che Luciano, mio fratello, di andare a recuperare una barca che si trovava mi sembra o a Barcellona o … comunque nei pressi di Messina, in quanto chi l’aveva in custodia questa barca pretendeva 5.000,00 euro se sbaglio non faccio, in più di quanto doveva dare il dottore Alberto Cisterna…ce l’aveva lì in custodia in quanto in precedenza forse, se non ricordo male, se l’aveva comprata siccome ha ritardato di andare a ritirarla questo qui, questa persona che non so come si chiama pretendeva 5.000,00 euro in quanto la barca era in sua custodia e aveva fatto, diciamo, dei lavori non lo so di preciso che cosa e comunque sia Spanò che Luciano sono andati a Milazzo, mi sembra a Milazzo hanno chiamato a questa persona non gli hanno dato soldi, si hanno preso la barca e l’hanno portata a Reggio Calabria, poi …”.

Andando avanti con l’interrogatorio, Lo Giudice racconta persino di una bomba che sarebbe stata messa, tra il 2000 e il 2001, nella barca di Cisterna e che però non sarebbe esplosa. C’è anche il nome del possibile autore, che ha ancora un’attività commerciale sulla via della Marina a Reggio Calabria. Sarà facilissimo interrogarlo e forse ne sapremo qualcosa di più. Così come sarà facile controllare ogni movimento dello stesso Pm dal ’94 a oggi. Da quell’anno, infatti, vive sotto scorta e gli uomini che si sono alternati alla sua tutela potranno dunque essere interrogati. E poi ancora: se c’era una bomba ci saranno stati degli artificieri intervenuti sul posto e dunque ci sarà da qualche parte una relazione sull’accaduto. O forse la bomba si è sciolta come neve al sole e non ha lasciato traccia?

In attesa dei riscontri cosa farebbe un giornalista? Chiamerebbe Cisterna per sentire la sua campana. Io l’ho fatto. “Non ho barche – dichiara – ma avevo un gommone di 5 metri custodito nel cantiere di Reggio laddove lo tenevano magistrati e Forze dell’Ordine”. E sta barca a Milazzo? “Mai avuta. Chissà con chi mi avrà confuso” è la risposta secca. E l’attentato? “Se non avevo la barca di cosa stiamo parlando?”, risponde Cisterna.

Tutto questo al lordo del fatto – è bene chiarirlo – che non è un reato avere una barca. A meno che non sia averla a Milazzo. E anche al lordo del fatto che Lo Giudice non spiega perché questa bomba sarebbe stata messa.

Ma andiamo avanti perché negli improvvisi ricordi del 30 novembre Lo Giudice tira ancora in ballo Cisterna. E dice che suo fratello Luciano, intorno al 2006/2007, fu fermato a Lazzaro in Ferrari, dai Carabinieri, e si appellò a Cisterna perché non gli rompessero gli zebedei. Bene: anche questo si potrebbe verificare. I tabulati telefonici con gli incroci degli ultimi anni di Cisterna, elaborati dal consulente delle Procure Gioacchino Genchi, sono a disposizione, credo, non solo della Procura di Catanzaro. Basta vedere come si agganciano le celle e il gioco è fatto. Qualcuno, inoltre, avrà ricevuto sta telefonata in caserma e potrà dire – ammesso e non concesso che sia un reato anche questo – se Cisterna abbia chiamato e per dire cosa. Io intanto l’ho fatto direttamente con il pm. “Excuse me, mister Cisterna, ha mai telefonato per sponsorizzare l’emulo di Fernando Alonso?” “Come? Ma vuole scherzare?” è stata la risposta.

IL LIBRO DI GENCHI

Andiamo avanti con il verbale di Lo Giudice: “Sono a conoscenza anche che nelle tante occasioni che Luciano è salito a Roma appositamente a trovare il dottore Alberto Cisterna gli è stato presentato uno dei servizi segreti che, se sbaglio non faccio, si chiama Sellario o Stellario o Sellerio non mi ricordo di preciso il nome, questo nome, questa cosa me l’ha detto mio fratello molto prima che è stato arrestato e che gli è stato chiesto da Alberto Cisterna se gli poteva fare avere due schede telefoniche e due telefoni nuovi in quanto li doveva regalare a questa persona dei servizi segreti, so anche che è stato a Siena o a Pisa insieme ad Alberto Cisterna a trovare a questa persona qui dei servizi segreti non so il motivo. E poi voglio dire un’altra cosa per quanto riguarda l’avvocato Gatto nelle tante occasioni quando era difensore di Luciano io ho visto un libro sul tavolo sulla sua scrivania che mi sembra che si chiama “il Caso Genchi”, il “Caso Genchi” in quanto Luciano in precedenza mi aveva chiesto dei libri e allora gli ho domandato all’avvocato Gatto di che cosa si trattava e lui mi disse: “compratelo e leggetelo ci sono tantissime cose”; io a questa cosa ho comprato due copie di questi libri di cui una l’ho mandata a Luciano e una ce l’ho a casa io, Luciano dopo un po’ dieci/quindici giorni mi manda una lettera con l’avvocato Gatto …” Pignatone dice: “Dal carcere quindi”. E Lo Giudice: “sì, sì. Mi manda una lettera con l’avvocato Gatto e mi fa notare che in una pagina, non mi ricordo in quale pagina, c’era questo signore di nome Sellario, Stellario non mi ricordo come si chiama e parlava di questi telefonini e lui mi fece notare che quei telefoni, tutte quelle cose, li stava rivivendo in quanto i telefoni glieli aveva fatti avere lui. quel tipo di telefonini, siccome anche in questo libro si parla di scambi di telefonini, di schede e di tante altre cose e quindi Luciano intuì che quei telefonini o simili a quelli erano di Luciano in quanto in precedenza erano stati chiesti da Alberto Cisterna”.

Altra domanda a Cisterna: “Scusi, mai stato a Pisa o a Siena e a proposito dei telefoni che mi dice?”. La risposta: “A parte il fatto che a Siena o a Pisa o a Pistoia o a Grosseto mai sono stato con Luciano Lo Giudice, faccio notare che sono il responsabile in Dna del servizio intercettazioni. Sarebbe il primo caso in cui i servizi segreti anziché fornire ricevono schede telefoniche”. Addio, clic.

IN PISTA ENTRA ANCHE MOLLACE

Detto, per l’ennesima volta, che mi limito a registrare le dichiarazioni di Cisterna senza prendere posizione per nessuno, ecco che il 30 novembre, sempre a sorpresa, entra anche Francesco Mollace.

E qui mi fermo un attimo e continuo a registrare: Mollace è l’uomo che, all’epoca in Dda di Reggio, il 12 febbraio 2008 cattura Pasquale Condello, grazie all’aiuto fondamentale del fratello Luciano e (apprendiamo dal memoriale) anche dello stesso Nino Lo Giudice. Il secondo, Cisterna, è colui il quale, come abbiamo visto, fa da ponte tra il Sismi (servizi segreti militari) e Luciano Lo Giudice, che li conduce vicino-vicino al covo del Supremo (si veda il mio post in archivio del 18 maggio).

Ora: 1) se anche Cisterna avesse avuto rapporti con Luciano Lo Giudice e/o con uomini dei servizi segreti, a Siena, Pisa, Valmontone o Canicattì, sarebbe del tutto logico; 2) guarda caso la memoria torna (oltre che improvvisamente), su due magistrati parte attivissima nella cattura del Supremo che, scoperto di essere stato tradito dai Lo Giudice, se non ci fosse stato il pentimento da tragedia, lo avrebbe triturato come una carota nel minipimer; 3) a lume di logica i motivi di risentimento della famiglia Lo Giudice verso questi due magistrati che loro immaginavano potessero garantire chissà quale salvacondotto, sono altissimi.

Ed ecco il ricordo che coinvolge Mollace: “sì, sempre dopo avere rotto con Rosmini e quindi … fece dei lavori a Calamizzi, credo il dottore Mollace gli abbia dato una mano nel senso che … per ottenere, diciamo, quest’area diciamo alle spalle della stazione, e quindi Luciano fino al suo arresto, il giorno del suo arresto lo aiutò sempre, e quindi è nata un’amicizia con Nino Spanò che poi piano piano gli presentò il dottore Neri, gli presentò il dottore Mollace, gli presentò il dottore Alberto Cisterna e quindi piano piano presero un’amicizia stretta … e devo dire anche un’altra cosa che Luciano, con me è capitato una volta sola, Luciano una volta mi fece andare con lui a casa del dottore Mollace, mi pare nel periodo natalizio e gli portò una cesta, e stettimo lì una mezzoretta parlavano con Luciano, io sempre, diciamo, in disparte in quanto io non lo conoscevo personalmente, non avevo quella amicizia che aveva Luciano anche dopo di questa occasione Luciano mandava dei cesti sia ad Alberto Cisterna, sia al dottore Neri, sia al dottore Mollace a tutta questa gente che era vicina a Nino Spanò”.

Secondo voi cosa ho fatto? Ho chiamato Mollace e la sua risposta è stata secca: “Scusi Galullo, sono in udienza. Le posso dire una sola cosa. A parte il fatto che sono 16 anni che non faccio un passo senza la scorta, le sembra possibile che a casa mia faccia entrare i fratelli Lo Giudice?”

Io non lo so. Registro. Racconto. E presto tornerò da voi.

6 to be continued




.20 maggio 2011 - 8:24

ESCLUSIVO/5 Lo Giudice: a Reggio nessun magistrato corrotto – La latitanza del Supremo e il casinò in città
Cari amici oggi voglio introdurre l’interrogatorio che il Procuratore della Repubblica Giuseppe Pignatone, il sostituto Michele Prestipino Giarritta e la sostituta Beatrice Ronchi hanno condotto l’11 novembre 2010 con il pentito Nino Lo Giudice.

I tre chiedono a Lo Giudice se sa o ha conoscenza di poliziotti, carabinieri, forze dell’ordine, magistrati vicini alla ‘ndrangheta.

Attenzione: le domande vengono dopo un interrogatorio (il primo, del 13 ottobre) nel quale lo stesso Lo Giudice dice che i magistrati Alberto Cisterna (Dna) e Francesco Mollace (ex Dda, ora Procura generale di Reggio) lui e il fratello li conoscono come si può conoscere uno spazzino (si veda in archivio il mio post del 16 maggio)! E pochi giorni prima dell’improvvisa e stupefacente memoria che lo stesso Lo Giudice troverà sempre su Cisterna e Mollace e che strada facendo e fino all’ultimo memoriale fuori tempo massimo, diventeranno compagni di merende! Dio del cielo di cosa possono essere capaci certi melonari!

Pignatone lo avverte: guardi che la domanda è “molto seria”. E Nino “supino” risponde: “no, no, no veramente io non sono a conoscenza che, può essere pure che ci sono sicuramente e ci saranno poliziotti e Magistrati vicino alla ‘ndrangheta però …”.

E qui si inserisce Prestipino Giarritta: “no vicino come avevamo detto con il ruolo”.

E allora a questo punto conviene riportare il dialogo

Lo Giudice Antonino: con il ruolo, con ruoli specifici io non posso dirlo, non posso dare giudizi.

Pignatone: non lo sa.

Lo Giudice Antonino: non so.

Pignatone: e vicini che è una cosa diversa?

Lo Giudice Antonino: vicini come?

Prestipino Giarritta: vicini quelli che fanno favori.

Lo Giudice Antonino: guardate unno tante volte può dire pure una cosa e poi sbaglia, sbaglia nel senso che non è come la vede lui, ma è ben diversa io la posso pure dire però non …

Pignatone: lei la dica e poi noi verificheremo.

Alt. Qui mi fermo, perché il colloquio continua parlando di alcuni magistrati ma provando profondo disgusto per il gioco al massacro e allo sputtanamento senza contraddittorio, ovviamente non mi presto al gioco e questa parte dell’interrogatorio la tengo per me.

LE RAPINE IN BANCA

L’11 novembre 2010 Nino Lo Giudice, sempre nel corso dell’interrogatorio, fa lo spiritoso. “Na domanda non ma faciti?” dice.

E visto che nessuno lo fila, prosegue: “Va bene allora dico io qualche altra cosa visto che voi non mi volete fare. Allora devo dire che durante la latitanza di Condello Pasquale mi provocò, no mi provocò mi disse se io potevo sapere … se c’era una possibilità sopra del Comunale dove c’è la … diciamo quello spazio che c’è la Monte dei Paschi non lo so che cosa fa, che c’è una banca, se potevo se mi potevo informare se c’era qualche possibilità di scassinare una, di entrare dentro questa banca in quanto sotto c’era un caveau, un caveau così si chiama? E … ma io gli dissi, in quanto lui diceva che aveva gente bravissima e che poteva intervenire, e allora gli ho detto io poi vediamo, cioè prendevo tempo anche per sapere, per capire di più che cosa voleva da me e quindi presi molto tempo dopodiché di questa occasione casualmente dopo una settimana gli scassinarono a Caterini Giuseppe nel, nella gioielleria e gli prendevano tutto, tutto, e quindi Luciano aveva, diciamo, dei dubbi su Pasquale Condello che potesse, che potrebbe avere …”

E qui Giuseppe Pignatone dice: “che non aveva potuto impiegarli per la banca… e poi … gli specialisti”.

Lo Giudice si butta: “sì, li abbia impiegati là, e il suo alibi, il suo alibi secondo Luciano era che era diciamo nelle mie mani che Pasquale Condello era con me e quindi si è fatto un alibi ben preciso in quanto anche, diciamo, un mese prima, venti giorni prima mi mandò da Criaco Santa la mamma di questo Giuseppe Caterini che ancora ritornava sul fatto dei soldi dati a mio padre e a sua volta dati a Criaco Santa se poteva raccimolare qualche cosa in quanto non aveva da mangiare, le ho detto io alla Criaco Santa “guarda commare”, perché abbiamo un San Giovanni, vedi che c’è questo discorso dimmi tu che cosa devo fare”, gli ho detto io Pasquale soldi non ce ne stanno, se poi li volete mandate là a qualcuno parlate con lei perché io non voglio responsabilità; lì non mandò più a nessuno da questa Criaco Santa e la cosa, diciamo, morì in quel modo”.

La latitanza, insomma costava e per pagarla, anziché l’assalto a un caveau, meglio cavarsela con una gioielleria scassinata. E qui Pignatone rende pane per focaccia e se la cava, prima di finire all’interrogatorio alle 17.08, con una battutona:”… il Dottore Prestipino continua a non farle domande”. E Lo Giudice: “Fatemi una domanda Dottore!”

UN CASINO A REGGIO!

Infine una curiosità. Forse molti di voi sanno che per aprire un casinò c’è bisogno di una legge. Non a Reggio Calabria dove, secondo voce di popolo e perfino secondo Nino Lo Giudice, la cosca Condello gestisce il gioco d’azzardo legale attraverso il nipote del Supremo, Domenico Condello, detto il “mastino” (perché Nino supino dice che ha la faccia proprio come un cane mastino).

Ma un casinò ve lo sareste mai immaginato? Ed è proprio Lo Giudice a spiegare per filo e per segno tutto a Giuseppe Pignatone.

La cosca Condello gestisce il gioco legale attraverso le macchinette dei Valle, altra cosca di Archi, il cuore della ‘ndrangheta reggino, da tempo trasferitasi in Lombardia (a cavallo tra la provincia di Milano e quella di Pavia). “I Valle avevano delle amicizie a Napoli su un grosso, diciamo, industria per le macchinette e quindi sono, diciamo, hanno preso questi contratti con i Condello a Reggio e hanno fatto, diciamo, una società distributrice di macchinette”, afferma testualmente Lo Giudice.

E quello che Lo Giudice chiama mini-casinò? Sapete dov’è? Lo spiega lui: “…dove finisce il tappeto roulant parte alta, c’è il casinò”.

Se volete fare una puntatina….Ma fate attenzione alle retate (se vi saranno).

5– to be continued




ESCLUSIVO/4 Guerre tra magistrati a Reggio Calabria secondo il pentito Lo Giudice e tariffario degli attentati
Cari amici di blog vi rimando ai post finora pubblicati nelle ultime ore e parto subito con la nuova puntata su ciò che il pentito “tragediatore” Nino Lo Giudice racconta il 13 ottobre 2010 nel primo interrogatorio nel carcere romano di Rebibbia alla presenza, tra gli altri, del capo della Procura di Reggio Calabria Giuseppe Pignatone.

Rivolgendosi proprio a quest’ultimo, gli riporta che cosa gli raccontava Nino Spanò, titolare del cantiere nautico in cui teneva le barche mezza Reggio Calabria. “Diceva che c’era una guerra tra voi, Mollace e tanti altri … Dottore”: ecco le dichiarazioni alle quali Pignatone risponderà con uno svogliato e irritato “sì, sì”, prima che Lo Giudice prosegua dicendo che “nel mezzo …c’era finito …è andato Luciano che era amico di Mollace e di Cisterna, io non lo so Procuratore…”. Amico, abbiamo visto, come si può essere amici di uno spazzino.

E qui vale la pena di riportare integralmente lo stralcio dell’interrogatorio.

Lo Giudice Antonino: Spanò lo dice Spanò, e allora tutto questo, tutto quello che è successo (incomprensibile)no quello che è successo, allora tutte queste cose sentendo all’avvocato … l’avvocato Pellicano che sia a Spanò queste cose mi hanno offuscato completamente, tipo provavo un odio verso di voi … mi dovete scusare Procuratore però …

Pignatone: sono assolutamente sereno e tranquillo.

Lo Giudice Antonino: io sono … no…

Pignatone: è un fatto!

Lo Giudice Antonino: allora mi ha offuscato diciamo la mente, la mente che mi ha portato a compiere delle cose o fare compiere delle cose e adesso capisco che non siete voi. (incomprensibile)

Pignatone: alla Procura Generale?

Lo Giudice Antonino: alla Procura Generale. Alla Procura Generale e (incomprensibile) all’avvocato … ah al Procuratore di Reggio Leandro

Pignatone: Di Landro

Lo Giudice Antonino: Di Landro perché ritenevo … ah di Di Landro parlava anche Spanò di Di Landro allora tutta questa cosa …

Pignatone: parlava in che senso scusi, che era coinvolto in questa guerra?

Lo Giudice Antonino: no, no che fra di voi avevate questa guerra e che di mezzo è andato Luciano perché era amico o dell’uno o dell’altro e che c’era questa cosa quindi … Procuratore mi dovete scusare, ma io devo dire la verità non posso non posso mentire. Dopodiché Procuratore ho fatto lasciare un bazooka vicino al Ce.Dir. è stato un regalo per voi.

Pignatone: grazie.

Lo Giudice Antonino: mi dovete scusare…

Pignatone: no, no, non è questione di scusare…

Lo Giudice Antonino: (incomprensibile) però …

Pignatone: e allora?

Lo Giudice Antonino: Luciano … allora voglio che voi mi capite che Luciano non c’entra niente in questa storia, Luciano non c’entra niente.

Dr Pignatone: ma scusi cominciamo da … visto che ci siamo arrivati …

Lo Giudice Antonino: qualsiasi domanda mi volete fare io …

Pignatone: no, lei ha detto che …

Lo Giudice Antonino: … io vi rispondo.

Pignatone: “ho fatto mettere una bomba alla Procura Generale” quindi siamo a gennaio, giusto? 3 gennaio, Di Landro in tutta sta cosa se i colpevoli … tra virgolette eravamo io, il dottore Prestipino, la dottoressa Ronchi e che c’entrava Di Landro?

Lo Giudice Antonino: e Di Landro e Di Landro esattamente.

Pignatone: perché era amico nostro diciamo.

Lo Giudice Antonino: era amico vostro.

Nell’interrogatorio Nino Lo Giudice addossa poi ad Antonio Cortese “tuttecose”, come direbbero a Catania: la bomba alla Procura generale, quella sotto casa di Di Landro, la telefonata anonima per avvertire che sotto la Procura c’era un bazooka. Tutto. Anche la trattativa per portare Samuel Etò dal Barcellona all’Inter. Ma per Cortese non sono stati trovati riscontri come autore materiale.

IL TARIFFARIO DEGLI ATTENTATI

Alle 17.05 del 13 ottobre 2010, dopo una breve e sintetica verbalizzazione, riprende l’interrogatorio di Nino Lo Giudice nel carcere romano di Rebibbia.

Il capo della Procura di Reggio Calabria, per prima cosa, gli chiede se abbia pagato Antonio Cortese.

La risposta è fantastica ed è la prova provata che essere un criminale conviene: si rischierà pure, ma si guadagna in un giorno quanto il direttore di un ufficio postale a fine mese! “Mille, millecinquecento euro” è la risposta laconica di Lo Giudice. Per ognuna delle occasioni o complessivamente, rilancia Pignatone. E qui Lo Giudice filosofeggia: “Una volta gli regalavo 1.000, una volta 1.500 una volta…”

Nino “supino” (di fronte alla Giustizia) non sa come sia stato portato il bazooka sotto la Procura ma sa che l’ha portato lui alla profumeria di Cortese. Ma non in bici, che è troppo ingombrante!

Ma come è stato scelto Cortese e come gli è stato affidato il compito delicatissimo di mettere paura alla Giustizia reggina con tre falliti attentati? Scegliendolo tra una terna di contesi esperti d’armi a livello internazionale? Maddeche! Assoldando consulenti del Mossad? Maddeche!“Mi fidavo…lui mi ha fatto capire più di una volta che era bravo in queste cose”, è la risposta di Lo Giudice.

All’ennesima ripresa dell’interrogatorio, a Pignatone quelle risposte vaghe non vanno giù e infatti alle 18.10 gli chiede a proposito del rapporto con Cortese: “lei che è una persona intelligente ed esperta mi deve dare atto che è strano che uno, io non gliene faccio poi domande sulla bomba, sul bazooka in particolare perché poi provvederanno i giudici di Catanzaro, e quindi non le faccio domande abbiamo scritto praticamente soltanto quello che ha detto lei. Però il punto della vicenda Cortese è importante perché come … non è logico pensare che uno, che poi dice lei, io ho perso la testa, mi pare una persona che non la perde facilmente, sa benissimo che vive a Reggio, è sopravvissuto alla guerra di mafia, ha avuto la forza di dire no a Condello al massimo del suo… ha mandato a quel paese Schimizzi so è stretto la mano con Pasquale Tegano quindi siamo ai massimi livelli, giusto? evidentemente e siccome la ‘ndrangheta a sua volta riconosce come dire a un quaquaraqua si dice in Sicilia nessuno ci va a stringere la mano a livello di Pasquale Tegano e di Condello. Lei a un certo punto decide di fare delle cose pericolose, clamorose, che possono creare un sacco di casini eccetera e si rivolge a uno che è solo un amico suo, che forse un giorno le ha fatto capire di sapere usare (incomprensibile) in una situazione in cui prima o poi è … diciamo chiaramente fatto di notte per non … per non creare vittime, il secondo per far saltare il portone. Per altro verso a noi da altri elementi processuali risulta che invece il signor, e risulta da persona che certamente ne sanno meno di lei di tutto questo, lei ci ha tenuto a dire Cortese era amico mio, persona mia, giusto? che il signor Cortese avrebbe fatto in passato cose analoghe il che spiegherebbe il perché lei ci si è poi rivolto”.

E dopo essere stato messo alle strette, Lo Giudice da una risposta che (vi assicuro ma non ridete, se riuscite), è testuale: “mi ha mostrato come si fanno…ha confezionato una bombola di gas gli ha messo la polvere queste cose…”.

Ah ecco! La prossima volta magari propongo mio nipote, che a sette anni traffica già con il “Piccolo chimico” e fa uscire ne nuvole dalle provette.

Alla prossima guagliò (a breve).

4 – to be continue




ESCLUSIVO/3 La cattura di Pasquale Condello: a guidare Ros e Sismi è stato Luciano Lo Giudice
Cari amici, da qualche ora sto raccontando la parte vera della luna nera che agita i sogni dei lupi mannari calabresi. Lupi che si sono gettati, bava alla bocca, sul cadavere della Giustizia per fare strame di ciò che resta in Calabria, Racconto delle tragedie di Nino Lo Giudice e di suo fratello Luciano. Fratelli di cosca ma senza territorio, una cosa che non si è mai vista nella storia della mafia. Neppure nei fumetti.

A questo punto vi svelo alcuni retroscena del pentimento di Nino Lo Giudice. Siamo tra il 2003 e il 2004. Un personaggio calabrese legatissimo ad ambienti malavitosi “aggancia” la Procura nazionale antimafia e dice: so come portarvi a Condello e ad altri superlatitanti (vi racconterò presto chi). Bene. L’allora superprocuratore antimafia Piero Luigi Vigna prende subito a cuore la questione e coglie al volo la disponibilità del Sismi di offrire supporto alla cattura di Condello e altri latitanti.

A prendere materialmente in mano la vicenda – molto ma molto complessa, più di quanto voi possiate anche lontanamente immaginare – sono nel tempo (inutile tediarvi con i dettagli) diversi magistrati. Il primo è Francesco Mollace, che sarà colui il quale seguirà passo dopo passo la cattura del Supremo, colui il quale gli darà una caccia spietata. Sulla scena entra anche un sostituto procuratore antimafia: Alberto Cisterna. Con entrambi anche l’esperto Vincenzo, detto Enzo, Macrì, sempre della Dna.
Sarà Cisterna a“imbastire” la trama che condurrà Ros e Sismi (che in quegli anni istituiscono il servizio “criminalità organizzata” al proprio interno) a Reggio Calabria dove li attende un altro gancio calabrese. Chi è? Secondo quanto risulta dai rapporti tra Dna e Sismi è Luciano Lo Giudice il quale è impaurito come un cervo braccato all’idea di ciò che lo attende: contribuire alla cattura di Pasquale Condello, il superlatitante e membro “Supremo” del gotha della mafia reggina che tutto può. Le altre due cosche sono De Stefano e Libri.

Non dimentichiamo che nel 2000 fu sempre Mollace a convincere a collaborare Maurizio Lo Giudice, uno dei 16 o 17 fratelli della cosca senza territorio.

Nel memoriale consegnato alla Procura – perché lo fa dopo i 180 giorni classici di legge entro i quali deve collaborare? Perché lo fa senza contraddittorio e riscontro alcuno? Perché lo fa fuori verbale? - Nino Lo Giudice dice espressamente che “per l’arresto di Pasquale Condello è stato personalmente interpellato il dottor Cisterna per voler mio …”.

Scopriamo, dunque, che dietro gli spifferi del fratello Luciano potrebbe (e ripeto potrebbe) esserci Nino. Vero? Verosimile, per il semplice motivo che né Alberto Cisterna né nessun altro avrebbe dato credito a Nino Lo Giudice (già straconosciuto alle Forze dell’Ordine e alle patrie galere) ma a suo fratello Luciano, fino ad allora incensurato, sì. O comunque di più.

Fatto sta che i Lo Giudice cominciano (o continuano) a collaborare, spiegano le abitudini di Condello. Ros e Sismi verificano tutto e quando – anni dopo – lo arresteranno, verificheranno che molto di quanto i Lo Giudice gli avevano raccontato, era vero. Persino le abitudini alimentari e una smodata passione per i pop corn che il “Supremo” avrebbe volentieri divorato anche a colazione.

I Lo Giudice portano dunque Ros e Sismi a far arrestare la prima, strettissima cerchia di fedelissimi di Condello. Sono loro che fanno arrestare i fidati fiancheggiatori ed è li che comincia a morire, giorno dopo giorno, la latitanza di Pasquale Condello che nel frattempo ha ampliato i suoi affari in tutta Italia (nei prossimi mesi vi racconterò cose interessanti sull’Emilia-Romagna).

Sono loro – Nino e Luciano Lo Giudice – che verosimilmente saranno ospitati alcuni mesi proprio da Pasquale Condello durante la sua latitanza, costretto si a spostarsi per non farsi beccare ma sempre e comunque nei paraggi di Reggio Calabria. E’ comunque lo stesso Nino Lo Giudice a dichiarare nell’interrogatorio del 28 ottobre 2010 al pm Giuseppe Lombardo, che ha ospitato per alcuni periodi Pasquale Condello a casa sua nel periodo della latitanza. Gli affari si devono curare stando sul posto ed è sul posto che si domina anche la politica reggina.

A questo punto la domanda ulteriore è: perché Nino Lo Giudice tira fuori Condello fuori interrogatorio? Apparentemente è un suicidio. Un suicidio e un rischio – probabilmente calcolato - di mandare tutto a puttane.

Se sono stati loro - Luciano Lo Giudice come braccio armato e Nino Lo Giudice come mente – perché hanno deciso di fottere Condello?

Perché questa cosca senza territorio aveva idee di grandezze? Impossibile. A Reggio contano quanto il due di briscole quando regna denari.

Condello stava rompendo troppo gli zebedei, stava diventando il padrone assoluto e puntava a monopolizzare i rapporti con la politica reggina. Questo non andava in particolare alla cosca Libri che puntava invece a una condivisione verticistica: non solo il “Supremo” e i suoi feroci scagnozzi ma spazio e vita agli stessi Libri e agli onnipotenti De Stefano.

Sintesi: sono i Lo Giudice che collaborano inizialmente alla cattura del Supremo ma quest’ultimo – e non ci mette tanto visto il livello di corruzione all’interno della Giustizia e le mille spie a sua disposizione – dopo il suo arresto lo scopre e li mette alle strette.

Qui potrebbe entrare in gioco la verità preconfezionata, confusa e “tragediata” in cambio del salvacondotto per la famiglia, che rischiava (e rischia) di diventare carne da macello. E di qui – è un ipotesi – la disperata chiamata in causa di coloro, magistrati e Forze dell’Ordine, i quali potevano e/o dovevano, nella mente dei Lo Giudice, garantire l’impunità in cambio della cattura del Supremo. Una “tragedia” in cui, scopriremo, si mischiano verità senza riscontri alcuni, riferimenti a lotte tra magistrati, nuovi boss di Reggio Calabria e via di questo passo.

Difficile districarsi in questa matassa ma per ora la mia sensazione è quella di sempre: la ripetitiva capacità della ‘ndrangheta borghese che riesce così a cogliere più piccioni con una fava. Anzi: con un agnello sacrificale.

Primo: distoglie dalla matassa politico-massonico-mafiosa che governa gli affari delle province a cavallo delle sponde dello Stretto. Immagino in questo momento le risate dei Piromalli, degli Alvaro e via di questo passo all’idea che un ex fruttivendolo come Nino Lo Giudice riesca a imbastire tutto ‘sto casino e tenere in scacco un intero plotone di uomini dello Stato. Risate che – del resto – si erano fatti con un altro fruttivendolo: quel Mico Oppedisano spacciato per boss della ‘ndrangheta dall’alto della sua…apecar, con la quale vendeva arance nelle campagne rosarnesi!

Secondo: avalla la teoria dell’inaffidabilità dei pentiti, con episodi che si ripetono a strettissimo giro di posta: la pentita Pesce che prima racconta e poi ritratta e ora Nino Lo Giudice che viene fulminato sulla via di Catanzaro. Avete fatto caso che Nino Lo Giudice non si oppone agli atti delle Procura di Reggio ma a quelli di Catanzaro?

Terzo: riesce in un miracolo già visto. Mettere molti magistrati l’un contro l’altro anche grazie all’abilità di squallidi professionisti, finanche della carta stampata, che nei Palazzi della Giustizia di Reggio sguazzano e sono messi di proposito per confondere e mestare nel torbido.

Quarto: distruggere carriere e offuscare immagini e ruoli della magistratura. Non spetta ovviamente dire a me se il magistrato Cisterna o Mollace o Tizio o Caio è innocente, corrotto, corruttibile o mafioso (e neppure me ne frega nulla del loro destino visto che io non sono amico di nessuno), ma di certo anche tra 100 anni, qualora la verginità di Cisterna, Mollace e Neri fosse interamente dimostrata e ostensibile come la Sacra Sindone, ci sarà sempre qualcuno – distratto, diffidente, in buona o cattiva fede – che tra sé e sé penserà: “mah…mi sembra che questo qui abbia avuto qualche ombra nel suo passato…”. Mi spiace dire la cruda verità: non riusciranno mai a pulirsi dal fango gettato loro addosso, se quel fango si dimostrerà lanciato da una macchina armata alla bisogna. Una macchia – anche una, per loro invisibile – sarà sempre scorta da chi vorrà vederla. E usata contro di loro.

Quinto: i missili terra-aria di questa perversa strategia arrivano dritti dritti per il Procuratore capo della Direzione nazionale antimafia Pietro Grasso e del Capo della Procura generale di Catanzaro Salvatore Di Landro. Cisterna e Mollace sono i loro numeri due ed è come se un domani ciascuno di noi si svegliasse scoprendo di avere accanto una compagna o un compagno che con noi è Mister (o Miss) Hyde ma in realtà è doctor Jekyll. Ma se tutta questa storia dovesse finire in una serie incondizionata di calunnie senza riscontri, anche il capo della Procura di Reggio Calabria, Giuseppe Pignatone, che sul fronte della lotta all’ala militare della ‘ndrangheta ha saputo mettere a frutto il lavoro di anni, ne uscirebbe con colpi bassi immeritati.

Bene. Per ora mi fermo qui. Tra brevissimo tornerò. Vedrete che vi divertirete.

3 – to be continu




ESCLUSIVO/2 Pasquale Condello voleva usare Nino Lo Giudice e uccidere don Mico Libri “il bastardo"
Cari amici come sapete sto raccontando da ieri un’altra faccia della verità del pentimento del “tragediatore” Nino Lo Giudice.

Ma quali sono i rapporti tra Nino Lo Giudice e Pasquale Condello? E’ il primo a spiegarlo il 13 ottobre 2010 al procuratore della Repubblica Giuseppe Pignatone.

Dopo avergli spiegato di aver avuto il “Vangelo” in carcere, Nino Lo Giudice spiega che a cavallo tra il 2000 e il 2001 torna ad essere un uomo libero e proprio mentre si “assesta”, vale a dire comincia a lavorare, il Supremo lo manda a chiamare anche perché vantava da lui dei soldi.

Lo Giudice incontra Condello che era latitante, non dimentichiamolo. E dove lo incontra? A Ginevra? Noooo. A Cocomaro di Focomorto nei pressi di Forlì? Nooo. Allora a Bastia Umbra? Ma và! Ad Aviano presso la base Nato? Maddeche!!

Lo incontra a Villa San Giovanni, a due passi e mezzo da Reggio Calabria con il cognato di Domenico Condello. “Precisamente uscendo dall’autostrada siamo saliti dove c’è la piazza abbiamo girato a destra più avanti un cento metri che si sale verso Gambarie e da là si va verso che siamo stati lì cioè questa strada ci ha portato sotto l’autostrada; ci siamo incontrati abbiamo parlato com’era come non era il fatto dei soldi ecco tutte queste cose e poi alla fine mi ha detto: che un giorno di questi voglio passare una settimana con te, il Condello si voleva stare una settimana con me”: ecco cosa fa mettere esattamente a verbale il 13 ottobre 2010 Nino Lo Giudice.

E’ l’unico incontro tra il Supremo e il “supino” Nino? Maddeche!

Dopo 15 giorni si rincontrano in una casa che poi “…sono assaltati i Carabinieri e la Polizia…” (vuol dire in un covo poi scoperto dalle Forze dell’Ordine, ndr) e Condello “ha cercato di farmi il lavaggio del cervello dicendo che a Reggio Calabria bisognava fare un punto fermo e precisamente al mercato che ci dovevano essere (incomprensibile) ci voleva una persona per dirigere per fare come se fosse, come vi devo dire una persona stabile che si che le persone si rivolgono a questa persona”.

E qui il procuratore aggiunto di Reggio Calabria, Michele Prestipino Giarritta, puntualizza: “un punto di riferimento”.

Ecco cosa doveva diventare Nino Lo Giudice, un punto di riferimento, l’ad della cosca Condello. Credibile! Ma. Bisognerebbe chiederlo al “Supremo”…

BISOGNA FAR FUORI MICO LIBRI

Ad un certo punto però Pasquale Condello comincia a fare ragionamenti. “Secondo lui dice che Domenico Libri e Pasquale Libri dovevano essere uccisi tutti e due perché erano due bastardi – fa mettere a verbale a Rebibbia - che andavano raccogliendo soldi in tutti i posti che non davano conto a nessuno e … mi ha chiesto anche un’arma e gliel’ho data, gliel’ho fatta avere … un kalashnikov, ha promesso mari e monti nei miei confronti dicendo che … che tutti i soldi delle estorsioni che facevano a Reggio Calabria glieli dovevano dare … ma erano supposizioni tutte supposizioni sue”.

Insomma Condello vuole fargli il lavaggio del cervello, usarlo come un burattino ma lui, Lo Giudice – scaltro come una faina e furbo come un furetto – si consulta con i fratelli Domenico, Giovanni e Bruno Stilo e gli risponde picche. Del resto un boss senza cosca e senza territorio può permettersi il lusso di dire no a Condello! Oh no?

Poi Condello viene arrestato e la cosa sembrerebbe chiusa.

Dopo l’arresto, per una vicenda non ancora conclusa di soldi e affari, da Nino Lo Giudice bussa il nipote di Pasquale Condello, Domenico Condello, detto il “mastino” ma le cose si appianano.

Pignatone – che non è certo nato ieri – a un certo punto sbotta. “Come mai di una cosa così delicata, impegnativa, lei … che coinvolge un super latitante come Condello e tutto quello che ne segue ne parla con due affiliati, uno è suo cognato l’altro è uno estraneo dal punto di vista di sangue, e con i suoi due fratelli che saranno i due più grandi immagino”, chiede infatti a Nino.

Lo Giudice si arrampica sugli specchi e poi a un certo punto si ricorda che Pasquale Condello lo aveva fatto incontrare con Pasquale Tegano, all’epoca latitante (pure lui). Ovviamente, anche in questo caso, si incontrano a due passi da casa.

Parlano amorevolmente di estorsioni e omicidi e poi a un certo punto, prima di accomiatarsi, Pasquale Tegano dice: “vedete che io mi sono incontrato solo con voi e con nessun altro”. Come a dire: se mi succede qualcosa, se mi arrestano, la colpa è tua caro Nino Lo Giudice.

A prestissimo con altre rivelazioni.

2 – to be cont




ESCLUSIVO/1 Il pentito Nino Lo Giudice a Pignatone: nessun favore dai pm antimafia Cisterna e Mollace
In questi giorni ho assistito alla pubblicazione e alle conseguenti polemiche del cosiddetto memoriale “Nino Lo Giudice”, il capocosca senza territorio – come dire: un calciatore senza pallone – che con una combriccola di allegri incapaci avrebbe organizzato a Reggio in appena 9 mesi, nel 2010, tre falliti attentati, contro la Procura generale, il procuratore generale Salvatore Di Landro e il procuratore Giuseppe Pignatone. Manca solo il fallito attentato a Topo Gigio ma, vedrete, arriverà anche quello.

Costui – senza né arte né parte e nei prossimi blog scoprirete perchè – chiama in causa nel suo memoriale tre magistrati, per la seconda volta. I tre magistrati sono Alberto Cisterna, Francesco Mollace e Francesco Neri.

Cosa lascia intuire di costoro? Inutile girarci intorno: che sono corruttibili e corrotti.

Possibile in astratto? Certo che si! La magistratura è piena di corrotti, quasi quanto nella mia categoria (che è inarrivabile).

Ma nel concreto? E qui, dopo avervi raccontato nel passato (si vedano i post del 20,21,22, 23 e 26 aprile) dell’inattendibilità del racconto di Antonino Lo Giudice certificato dalla stessa Procura di Catanzaro, che ritiene lo spennato pentito vago, impreciso e omertoso, vi racconto in esclusiva cosa racconta il 13 ottobre 2010 Lo Giudice dalle ore 12.25, a Roma, nella Casa Circondariale di Rebibbia, alla presenza di Giuseppe Pignatone, del procuratore aggiunto Michele Prestipino Giarritta, di Renato Cortese Capo della Squadra mobile di Reggio Calabria, dell’Ispettore superiore Gioacchino Capparoni del Servizio Centrale Operativo della Polizia di Stato di Roma e dell’avvocato Fernando Catanzaro del Foro di Roma.

Considerate questa anticipazione un gustoso regalo rispetto alle cose straordinarie che vi racconterò nelle prossime ore.

Nel corso dell’interrogatorio – il primo in assoluto, quello in cui Nino Lo Giudice, terza media, ufficialmente nullatenente, decide di collaborare e di cui stranamente non mi pare ci sia traccia negli atti dell’ordinanza di Catanzaro – Lo Giudice stesso risponde così a Pignatone: “…E allora dopo l’arresto di Luciano ho preso tutto in mano io, tutto nel senso che provvedevo io alla sua famiglia, ai suoi figli per quanto riguardava (incomprensibile) per quanto riguardava andare a trovarli ai colloqui tutto io, se c’erano soldi da uscire li uscivo io, ma erano soldi suoi, quindi … allora voglio fare una premessa Procuratore allora Luciano è confidente e neanche io … se aveva un’amicizia con questo Spadaro Stracuzza, aveva amicizia pure con il Procuratore Mollace, aveva amicizia con il Procuratore Alberto Cisterna, ma non significa che era infame o che pure i Procuratori gli abbiamo fatto qualche favore, no! Questo non significa niente, nessuno (incomprensibile) nessuno perché il Procuratore può essere amico pure con me come con lo spazzino, come con il dottore con tutti non significa che può essere corrotto oppure che siano confidenti uno con l’altro, giusto? (incomprensibile) per quanto riguarda Stracuzza invece la cosa è diversa, Stracuzza portava, Procuratore, Stracuzza portava, portava nel senso che non era solamente Luciano con Stracuzza era amico anche dei Serraino di Aldo Sconti, Stracuzza portava certi documenti privati a Luciano …”.

LA CONOSCENZA DI UNO SPAZZINO

Alt fermi un attimo. Nel primo interrogatorio – quello in cui il “tragediatore” si presenta ai magistrati e deve convincerli del suo micidiale potere criminale e delle sue profondissime conoscenze (“mi voglio liberare di tutto quello che ho dentro e voglio collaborare” dice letteralmente), quello in cui deve vomitare tutto quel che sa, quello in cui deve convincerli di essere uno con due palle grosse come due mongolfiere e di avere la stessa sete di sangue e potere che può avere una belva assatanata – cosa fa costui? Dice che suo fratello non è un infame, che Mollace e Cisterna – gli stessi che a distanza di pochi giorni e pochi mesi diventano corrotti – li conoscono sì, ma come si può conoscere uno spazzino. Nessun favore! Capito: nessun favore!

Quei favori, quei regali, quegli oggetti di corruttela che invece il “tragediatore” tira fuori a distanza di pochi giorni e pochi mesi. Dico: ma vi rendete conto o no dell’(in)affidabilità di questo Lo Giudice cari lettori?

Ora – premesso, ammesso e concesso che l’unica persona incorruttibile sulla faccia della terra sulla quale sarei pronto a scommettere sono soltanto io – il “tragediatore” dice invece che “Spadaro Stracuzza”, che altro non sarebbe poi se non il capitano dei Carabinieri in servizio presso la Dia Saverio Spadaro Tracuzzi (sul quale torneremo nelle prossime ore), è ben altra cosa. Il capitano fu arrestato a Livorno il 20 dicembre 2010.

Dunque il “tragediatore”è in grado fare differenze, è in grado di dire il 13 ottobre 2010 – esordio come pentito, ricordatevelo – che Mollace e Cisterna, l’uno alla Procura generale e per anni alla Dda di Reggio Calabria, l’altro numero due di Pietro Grasso alla Dna, non avevano mai fatto favori, ovviamente illeciti, a lui e al fratello. Favori che – per quale regia? O per quale abile strategia di verità e bugie a “lento rilascio”? – alcuni giorni e alcuni mesi dopo il “tragediatore ” vomiterà addosso ai due magistrati, aggiungendo lungo il percorso Francesco Neri.

Bene per il momento ci fermiamo qui ma continuate a seguire questo blog perché da oggi metterò in fila uno dopo l’altro notizie che neppure vi sognereste azionando la più fervida fantasia.

1 – to be continued

mercoledì 27 aprile 2011

http://robertogalullo.blog.ilsole24ore.com/

26 APRILE 2011 - 11:59
Balle e bombe a Reggio Calabria / 5 Il processo Rende, l’onnipotente politico e la poltrona di Pietro Grasso

Cari amici di blog come è andata la Pasqua? E la Pasquetta? A me – come sorpresa – ha portato la (ri)lettura del processo Rende. Riassumo per chi non sa. Il 28 gennaio 2010 la Corte d’assise d’Appello di Reggio Calabria ha confermato cinque dei sei ergastoli richiesti in primo grado per l’omicidio della guardia giurata Luigi Rende, ucciso il 1° agosto 2007 in un conflitto a fuoco nel tentativo di sventare una rapina agli uffici postali di Via Hecce Homo a Reggio Calabria. Difensore di parte civile di quel processo era l’avvocatessa Giulia Dieni, mentre a difesa dell’imputato c’era l’avvocato Lorenzo Gatto. Avvocato generale era Franco Scuderi, che aveva rimpiazzato, per volontà del neo procuratore generale, l’ex sostituto Francesco Neri. Proprio lo svolgimento di questo processo era stato inserito dal neo procuratore generale, Salvatore Di Landro, tra le cause dell’attentato che nella notte del 3 gennaio 2010 ha scosso gli uffici della Procura generale. Questo lo scrive lo stesso Di Landro in una lunga nota spedita il 6 marzo 2010 al ministro della Giustizia Angelino “Jolie” Alfano e al Csm di cui, io per primo, diedi conto nel giugno dello stesso anno (si vedano in archivio i post dell’8, 9 e 10 giugno 2010), ripreso poi da tutti i media nazionali.
La pista “processo Rende” per l’attentato della notte del 3 gennaio sembra essere definitivamente abbandonata dapprima quando si batte la pista della cosca Serraino e, infine, quando con le confessioni di Nino Lo Giudice si apre un nuovo scenario.
Uno scenario che vedrebbe protagonisti Nino e la famiglia Lo Giudice: qualcuno non avrebbe mantenuto i patti sulla loro impunità, il patrimonio sarebbe stato aggredito dai sequestri e così la famiglia Lo Giudice – di seconda o terza fila nella mappa della mafia a Reggio nonostante qualcuno voglia nobilitarla a ranghi che non gli competono – toma-toma cacchia-cacchia, come direbbe Totò, avrebbe fatto un putiferio dietro l’altro. Bombe a ripetizione e bazooka come se piovesse.
Ebbene sapete che sto commentando questa “tragediata” da alcuni giorni (si vedano i precedenti quattro post in archivio). Una “tragediata” che, tra le altre cose, chiama in causa due magistrati (i pm Francesco Mollace e Alberto Cisterna) e che la stessa Procura di Catanzaro tratta con le molle.
Da giorni sto scrivendo e ribadendo che dietro le bombe e i successivi attentati intimidatori allo stesso Di Landro (colpito come persona fisica sotto casa e non solo nella sua veste di magistrato incorruttibile) e a Giuseppe Pignatone, c’è un’abile strategia che distoglie dalla disgustosa matassa politica-massoneria deviata-istituzioni deviate-‘ndrangheta che governa a Reggio le centinaia di milioni del decreto Reggio, la cassaforte finanziaria delle municipalizzate e si agguatta come un falco pellegrino in attesa dei miliardi del “Ponte sulle mafie dello Stretto”. Dietro gli attentati c’è però, chiaramente, anche il nuovo corso impresso da Di Landro: una dopo l’altra passano e passeranno nelle aule del Tribunale in appello tutte le cosche cittadine e i dibattimenti si preannunciano o sono già di ben altra pasta rispetto al passato.

LA TAPPA MILIARE

In quest’ultimo scenario è il “processo Rende” che rappresenta la pietra miliare del “nuovo corso” in appello voluto da Di Landro e dunque ha una valenza vitale per la criminalità organizzata perché segna la data della “svolta” nella trattazione dei fascicoli in mano alla stessa Procura generale. E le cosche ben lo sanno. E con loro il gotha corrotto della classe dirigente reggina.
Ebbene questo processo è la logica conclusione di una rapina finita male. Anzi: tragicamente, con una famiglia distrutta per la morte di una guardia giurata fidatissima della Sicurtransport spa che per poche migliaia di euro al mese ha rischiato la vita. E l’ha persa.
Chi vuole dimenticare in fretta e furia la valenza di questo processo o è in cattiva fede o è un ingenuo. Certi processi in Calabria – consapevolmente o meno – sono altra cosa rispetto a quello che appaiono anche perché a Reggio la linea tra lecito e illecito è un filo sottile come un capello di un poppante.
E’interessante a questo punto raccontare di alcune intercettazioni che risalgono a sei anni fa.
Sono in grado di tirare fuori dal mio magico cassetto un’intercettazione tra una persona – scrivono testualmente i magistrati – “legata da vincoli di parentela alla famiglia De Stefano” e “in buoni rapporti con un familiare del boss Giorgio De Stefano”e una terza persona.
In questa intercettazione i due parlano allegramente di voti da indirizzare verso un politico potentissimo (oggi più che mai il vero potente di questa regione). Ebbene, leggiamo la sintesi di quel che scrivono i magistrati in questo provvedimento rimasto nel cassetto degli uffici del Cedir perché non ha avuto alcun successivo iter interno (anche se tre anni fa lo stop ha spaccato letteralmente in due la Procura di Reggio Calabria che era a un passo dal mettere le mani sulla perversa commistione politica-economia criminale-‘ndrangheta in città) e dunque alcun seguito giudiziario. Io tralascio nomi e cognomi (che però ho letto e conosco) al posto dei quali metterò degli “omissis”.
“Il politico…OMISSIS…. - si legge nelle carte dei magistrati reggini - sarebbe un personaggio legato agli ambienti di Platì e San Luca e spesso si recherebbe in quella zone a pranzare…sarebbe legato alle principali cosche della città…inoltre avrebbe diversi interessi economici in diverse attività intestate ai prestanome…OMISSIS specificava che il politico…OMISSIS…comanda all’interno della società di vigilanza Sicurtransport…chi vuole lui entra…chi non vuole lui non entra…OMISSIS è entrato in un giro grosso…”.
Chi rilascia queste dichiarazioni non sapendo di essere intercettato, come detto, non solo intrattiene rapporti personali con la famiglia De Stefano che ancora oggi comanda a Reggio e non solo, ma è in grado di rivelare con le sue chiacchierate alcune dinamiche interne ai rapporti di forza economici di alcuni potentissimi politici reggini che hanno fatto carriera. E che carriera! Tra questi, appunto, il potentissimo politico che “comanda”, secondo quanto dichiarato nella telefonata intercettata, nella Sicurtransport in Calabria.
Intercettazioni che – ribadiamo – non sono state successivamente sviluppate e dunque non è stato possibile trovare riscontri e approfondire le parti interessanti, perché la lunga indagine, condotta da magistrati con quattro dita di spessore, non ha avuto alcun esito successivo.
Il Gruppo Sicurtransport con sede legale a Palermo (sei società, 1000 dipendenti e un fatturato di 50 milioni, leader nel meridione dei servizi di sicurezza), è bene precisare ancora, è totalmente estraneo alle trame raccontate in queste chiacchierate captate dalla sala ascolto della Procura e mai appare nel corso delle intercettazioni come consapevole di ciò che terzi raccontano su quanto accadrebbe delle loro attività in Calabria, dove la sua presenza è diffusa. Probabilmente lo stesso Gruppo Sicurtransport verrà a conoscenza di queste intercettazioni per la prima volta grazie a questo umile blog.
Bene. Credo di avere fornito l’ultimo tassello per riflettere sul fatto che la “tragediata” della famiglia Lo Giudice non è e non può essere farina del loro sacco. Una “tragediata” in grado di distogliere lo sguardo dai pirahna mafioso-politico-massonici-deviati che rosicchiano le risorse che piovono su Reggio ed in grado, in un colpo solo, di sputtanare anche il nuovo corso aperto da Salvatore Di Landro, un magistrato che ora si trova incredibilmente (ma non per le menti raffinatissime che hanno ordito le trame) nell’occhio del ciclone.
In buona compagnia: con lui ci sono anche due magistrati del calibro di Alberto Cisterna (obiettivo secondario da abbattere, visto che il vero obiettivo è la delegittimazione di Pietro Grasso, di cui Cisterna è braccio destro in Procura nazionale antimafia e la cui poltrona fa gola a tanti) e Francesco Mollace, obiettivo secondario, visto che di fatto è il braccio destro di Salvatore Di Landro in Procura generale, vero obiettivo da abbattere. Due bracci destri colpiti da una mente…sinistra! Allegria! Le elezioni sono vicine a Reggio e la torta è già spartita. Vi do la mia parola di giornalista libero.
5 – the end (le precedenti quattro puntate sono state pubblicate il 20, 21, 22 e 23 aprile)

23 APRILE 2011 - 9:32
Balle e bombe a Reggio Calabria / 4 Le capacità profetiche di prevedere le trame dietro gli attentati

Carissimi amici di blog da quattro giorni sto ragionando sull’ordinanza del 15 aprile 2011 della Procura di Catanzaro che ruota intorno alla serie di falliti attentati alla Procura generale di Reggio Calabria e ai procuratori Salvatore Di Landro e Giuseppe Pignatone (rimando all’archivio per i tre post precedenti).

I Lo Giudice – colpiti nel portafoglio e arrabbiati per essere stati lasciati soli dallo Stato – sarebbero i soli responsabili. Peccato che non si conoscano cause, motivi e, aggiungo io, mandanti.

Prima di addentraci nel magico mondo delle profezie che a Reggio Calabria sono di case, vale la pena spendere due righe sulla paradossale chiamata in causa (che fa parte di questa abile “tragediata” che sto da giorni raccontando) di due magistrati.

Sia chiaro: la Procura di Catanzaro scrive chiaro e tondo che i rapporti che i Lo Giudice millantano con alcuni magistrati delle Istituzioni sono antecedenti alla patria galera conosciuta recentemente da Luciano Lo Giudice e comunque, per sua stessa ammissione, del tutto leciti.

Alcuni giorni fa anticipavo che una nuova e velenosissima stagione dei veleni è alle porte e per il momento la Procura di Catanzaro è riuscita a evitare il primo avvelenamento dei pozzi.

I Lo Giudice, chissà perché, non parlano mai apertamente delle bombe ma chissà perchè trovano in questa "tragediata" il tempo di parlare di “un avvocato a Roma” e di “Zio Ciccio”. Verrebbe da chiedersi, a questo punto - e solo per fare un esempio - che fine hanno fatto , quando saranno tirati fuori e da chi, i verbali in cui Luciano Lo Giudice dice di conoscere il magistrato Cisterna, ma come si conosce un benzinaio. Vale a dire, tradotto: buongiorno, buonasera.

L’AVVOCATO E ZIO CICCIO

Il secondo sarebbe il pm Francesco Mollace – transitato il 9 dicembre 2009 dalla Direzione distrettuale antimafia alla Procura generale. Tenete a mente questo particolare e tra qualche riga capirete il perché. Mollace – per inciso – dichiara di non aver mai avuto rapporti né direttamente né indirettamente con i Lo Giudice e aggiunge di non conoscere nulla della vicenda, in quanto nessuno gliene ha mai parlato. I casi sono due, dirà a botta calda: “o è una millanteria di qualcuno o è una menzogna costruita di sana pianta. Apprendo di questa cosa adesso e non so veramente di cosa si tratti”.

Il secondo sarebbe il magistrato Alberto Cisterna che fino a quel momento e anche dopo farà maniacalmente presente al suo capo in Dna, Piero Grasso, che la famiglia Lo Giudice (mogli comprese) lo tampina. Non solo ogni atto, cartolina, telegramma ricevuto o respiro fatto dai Lo Giudice sarà da Cisterna protocollato o comunicato in Dna, ma di ogni atto, cartolina, telegramma o respiro, sarà avvertita anche la Procura della Repubblica di Reggio Calabria. Anzi, di più: il detenuto catanese, Luigi Rizza, che a luglio spiffera che il suo collega di cella Lo Giudice rivela di essere l’autore della bomba a Reggio, non viene inizialmente preso in considerazione. Ritenuto inattendibile? Forse sì, all’inizio, salvo metterlo ora sotto programma di protezione.

Ma a proposito di profezie, ecco un aspetto inquietante.

IL DIBATTITO

Sul Dibattito, mensile reggino, il direttore Francesco Gangemi scrive nel numero del 26 giugno 2010: “…vuoi vedere che stanno per essere arrestati gli autori dell’attentato taroccato del 3 gennaio e Dudù (così Gangemi chiama Di Landro ndr) sta cercando di salvarsi in calcio d’angolo scaricando la bomba sull’avvocatessa Giulia Dieni visto che le indagini hanno preso altre direzioni? Ma quali direzioni avrebbero preso? All’epoca abbiamo formulato le nostre ipotesi grazie soprattutto ai suggerimenti di San Michele Arcangelo:

a) il materiale utilizzato è lo stesso di quello usato per il mancato attentato al bar “Arangea” di proprietà di Antonio Nicolò, fratello di Santo, quest’ultimo ammazzato durante la guerra di mafia, imparentato per mezzo della moglie con i Serraino”.

Ma attenzione al punto b) perché è una vera profezia: “ uno dei pubblici ministeri della Dda, transitato alla Procura Generale non ha mantenuto fede ad alcuni patti, quali: 1) ha lasciato dentro qualcuno che una volta arrestato attendeva il suo aiuto o quello di altro suo collega; 2) l’arresto di Pasquale Condello, detto “il supremo”, gli viene addebitato per non averlo avvertito giacché da lui stipendiato tant’è che gli inquirente trovano nel covo (di Condello) un bigliettino indirizzato ad un magistrato birbo e per chi non l’avesse compreso sto parlando di don Ciccio Mollace da Casignana”.

Ora, a parte il fatto che l’ultima circostanza è stata più volte smentita e negata e a parte il fatto che suppongo che Mollace abbia querelato Gangemi (viste le gravissime accuse formulate nei suoi confronti), quel che appare incredibile è che a giugno c’è chi profetizza quel che accadrà: vale a dire, che uno dei magistrati transitato dalla Dda alla Procura generale (chi altri, vorrei capire, se non Mollace?) avrebbe lasciato solo un detenuto (chi altri se non Luciano Lo Giudice?) che attendeva il suo aiuto o di un altro collega (chi altri se non Cisterna seguendo questo incredibile filo logico?). Insomma a giugno c’è – usando la logica - chi è in grado di raccontare quella che è la motivazione che avrebbe spinto i Lo Giudice e che solo a luglio, per la prima volta, sarà spifferata in una cella a un detenuto siciliano (si veda il post di ieri).

La terza motivazione, scrive Gangemi, è che arrivano alla procura generale “le perizie inviate dal giovane dottor Lombardo sui beni da sequestrare al Supremo”.

Condello al quale, secondo quanto stanno ricostruendo i magistrati con l’aiuto del pentito Consolato Villani, Antonio Lo Giudice avrebbe cercato di fare le scarpe.

E’ interessante leggere – e lo rivelo per la prima volta – quel che Salvatore Di Landro, chiaramente preso di mira da Gangemi con la sua sprezzante ironia, scrive nella lettera-relazione spedita al ministro della Giustizia Angelino Jolie Alfano l’8 marzo 2010.

IL GIUDIZIO DI SALVATORE DI LANDRO

Ecco cosa scrive il Procuratore generale alle pagine 14, 15 e 16 della relazione (si tenga presente che anche le sottolineature fanno parte dell’originale): “In Reggio Calabria viene stampato da oltre 20 anni un mensile scandalistico denominato “Il Dibattito”, il cui Direttore, tale Francesco Gangemi, ha riportato decine di condanne per diffamazione ma continua imprudentemente a imperversare confidando forse nella sua età avanzata e nella sua nulla tenenza di beni (così almeno pare).

Non ho avuto il tempo di affrontare la tematica giuridica del perpetuarsi della pubblicazione di tale mensile, nonostante le campagne stampa palesemente diffamatorie che si protraggono da anni anche nei confronti di valorosi magistrati, per cui v’è da ritenersi, ad una prima considerazione che – nonostante la palese natura diffamatoria di tanti suoi articoli – sia estremamente difficile – se non impossibile – sul piano giuridico pervenire alla sua chiusura.

Orbene: è risaputo che tale mensile, mentre appare critico e diffamatorio nei confronti di quasi tutti i magistrati, è sempre molto “benevolo” nei confronti del dr. Neri, di cui segue e menzione con particolare cognizione processi e vicende alla quali egli è direttamente o indirettamente interessato. Tale dato è riscontrabile anche attraverso la documentazione (una minima parte, in possesso dello scrivente) che allego.

Già in passato, lo scrivente, per avere osato dissentire rispetto ad alcune iniziative del dr. Neri (vedi caso Sarra), è stato oggetto di “avvertimenti” dal direttore del citato mensile.

Oggi però il caso assume un clamore inusitato e intollerabile, per la presenza di un sostituto procuratore, che ha come suo “protettore” un mensile che diffama “all’occorrenza” il “suo” Procuratore Generale.

Nel numero di gennaio 2010 tale mensile così si esprimeva nei miei confronti: “Il dr. Di Landro è una persona perbene, mite e professionalmente corretto e imparziale…”.

Nel successivo numero di febbraio 2010, essendosi erroneamente e malamente affermata l’idea di un mio intendimento malevolo nei confronti del dr. Neri (per avere semplicemente adempiuto al mio dovere di esporre compiutamente i fatti), tale mensile, prendendo espressamente le difese del dr. Neri, si è scagliato contro di me con un violentissimo attacco diffamatorio tanto inaudito quanto fondato su affermazioni talmente assurde che gli addetti ai lavori possono coglierne subito la palese falsità; mentre l’opinione pubblica, pur conoscendo la dubbia fama del mensile, non può non rimanere perplessa e turbata riguardo alla figura del Procuratore generale.

La totale, palese falsità del contenuto dello strumentale attacco denigratorio è facilmente dimostrabile “per tabulas”; esso è talmente grossolano da non meritare dignità di confutazione: ciononostante (premesso che sono facile profeta nel prospettare un seguito della campagna diffamatoria di tale mensile) i documenti, che dimostrano l’impudenza della diffamazione, possono da me essere messi a disposizione in qualunque momento ove si ritenga opportuno prenderne contezza”.

Ma non solo di virtù profetiche vive Reggio Calabria. Nei prossimi giorni scopriremo cose interessanti sul processo Rende che – come abbiamo visto – lega in qualche modo Di Landro al suo ex sostituto Francesco Neri.

Buona Pasqua a tutti.

4 – to be continued (le precedenti puntate sono in archivio)

22 APRILE 2011 - 10:25
Balle e bombe a Reggio Calabria / 3 i Lo Giudice usano i bazooka ma sono ciechi e così sbagliano obiettivi

Carissimi amici di blog da tre giorni sto ragionando sull’ordinanza del 15 aprile 2011 della Procura di Catanzaro che ruota intorno alla serie di falliti attentati alla Procura generale di Reggio Calabria e ai procuratori Salvatore Di Landro e Giuseppe Pignatone (rimando all’archivio per i due post precedenti).

I Lo Giudice – colpiti nel portafoglio e arrabbiati per essere stati lasciati soli dallo Stato – sarebbero i soli responsabili. Ebbene mi verrebbe da titolare questo post: “scusi capo ma ‘ndo ‘sta a Procura?”.

Sì, così, in romanesco, il mio adorato dialetto. Se giurate di non ridere, leggetevi infatti come Antonino Lo Giudice sceglie la Procura generale come luogo del primo attentato: pensava che fosse la Procura, vale a dire l’ufficio giudiziario che procedeva, all’epoca, contro il fratello Luciano. “La giustificazione – scrive saggiamente il Gip – è contraddetta da alcune semplici osservazioni riguardanti, intanto, la circostanza che Lo Giudice Antonino è una persona adusa ad essere sottoposta a diversi procedimenti giudiziari, processato più volte e pienamente consapevole della differenza esistente tra un ufficio requirente di primo grado e la Procura generale presso la Corte d’Appello della città in cui, peraltro, è nato e cresciuto…”.

Il Gip, alla quale evidentemente non piace essere presa per i fondelli, conclude scrivendo che: “la scelta della Procura generale non è stata né casuale né il frutto di un fraintendimento, ma piuttosto, meditata ed effettuata per ragioni che il Lo Giudice non ha voluto chiarire, mostrandosi reticente sul punto, così come sugli specifici rapporti da lui e dal fratello intrattenuti in passato, prima dell’arresto di Luciano, con personaggi istituzionali”.

Oltretutto, visto che la famiglia Lo Giudice – oltre che nata e cresciuta anche pasciuta a Reggio verrebbe da dire forse al Gip che deve mantenere però il contegno istituzionale - spaccia la strategia della tensione con il fatto che gli è stato toccato il portafoglio con sequestri milionari, è incredibile il fatto che la bomba non venga eventualmente piazzata sotto la Procura, responsabile di tali decisioni.

ALTRA BALLA ALTRO GIRO

Altra cosa sulla quale in questi giorni i giornalisti (che scrivono senza leggere e soprattutto con la testa a comando) stanno favoleggiando, è il ritrovamento del bazooka e la supposta volontà di colpire con un colpo la Procura.

Fate bene attenzione a ciò che scrivono i magistrati sul colpo fortuitamente sfuggito dal bazooka stesso verosimilmente nella notte tra il 27 e il 28 settembre, vale a dire pochi giorni prima del ritrovamento del lanciamissile, il 5 ottobre, davanti alla sede del Cedir. Il 6 ottobre alle 10.35, vale a dire il giorno dopo del ritrovamento annunciato con telefonata, Lo Giudice si scaglia contro Antonio Cortese per l’incidente del colpo sparato fortuitamente (ma come cazzo si fa a sparare un colpo di bazooka accidentalmente, mi domando, visto che a usarlo oltretutto non sono io ma esperti armieri?!). Il suo disappunto, si legge a pagina 47, si deve al fatto che Cortese avrebbe disatteso gli ordini: sparare contro gli uffici della Procura della Repubblica. Buuummm! Fuochi d’artificio!

E infatti leggete cosa scrive il Gip:”…la ricostruzione, sebbene verosimile, è smentita con decisione dallo stesso Lo Giudice che l’11 marzo 2011 ha definitivamente chiarito che ben sapeva, già il 30 settembre 2010, prima di partire per il Marocco, del colpo partito accidentalmente e aveva in quell’occasione ordinato al Cortese di far ritrovare l’arma…”.

Insomma: la sorpresa al telefono era finta, l’incazzatura anche, la testata sparata tra il 27 e il 28 settembre chissà in quale muro si sarà conficcata o quale stalla avrà inavvertitamente colpito in aperta campagna.

Bene per il momento mi fermo qui. Domani proseguiamo con altri gustosi particolari della “tragedia”.

3 – to be continued

21 APRILE 2011 - 9:46
Balle e bombe a Reggio Calabria/2: le confessioni di Nino Lo Giudice mandano la giustizia su “Scherzi a parte”

Carissimi amici di blog da ieri sto ragionando sull’ordinanza del 15 aprile 2011 della Procura di Catanzaro che ruota intorno alla serie di falliti attentati alla Procura generale di Reggio Calabria e ai procuratori Salvatore Di Landro e Giuseppe Pignatone.

I Lo Giudice – colpiti nel portafoglio e arrabbiati per essere stati lasciati soli dallo Stato – sarebbero i soli responsabili. Una cosca reggina di seconda o terza fila avrebbe fatto tutto ‘sto casino senza una strategia che viaggiava molto ma molto più in alto di loro? Impossibile da credere e infatti la Dda di Catanzaro parla di “reticenze”.

Ma vogliamo leggerli insieme alcuni dei più gustosi passaggi di Antonino Lo Giudice? Ma si, che è meglio di una puntata di “Scherzi a parte…”.

TIRA E MOLLA

Rimanendo alla lettura dei verbali di interrogatorio di Nino Lo Giudice, si legge che “non può non osservarsi sin da ora che le dichiarazioni dell’indagato sono connotate da precisione, quanto ad alcuni aspetti (come quelli relativi all’esecuzione materiale) e voluta genericità quanto ad altri particolari (quali la genesi degli attentati, le motivazioni della scelta, degli obiettivi, il ruolo del fratello Luciano)”.

Non so se mi spiego: sconosciute le motivazioni e gli obiettivi!!! Ma non è finita qui. Subito dopo si legge che “…il dichiarante ha talvolta modificato le dichiarazioni rese in precedenza, offrendo comunque le relative motivazioni e giustificazioni. Le dichiarazioni, inoltre, possiedono una generica logicità interna nelle ricostruzioni offerte”.

Ma andiamo ancora avanti (pagina 8 dell’ordinanza della Procura di Catanzaro) perché il bello deve ancora venire. La stessa Procura ribadisce che la valutazione dell’attendibilità intrinseca delle dichiarazioni del Lo Giudice non può estendersi sic et simpliciter alle dichiarazioni rese sulla genesi dei tre delitti, la loro causale e la scelta degli obiettivi. “Le dichiarazioni sul punto…appaiono generiche e non individualizzanti – si legge – e mancano, infatti, specifiche indicazioni suscettibili di preciso riscontro sulla natura delle pregresse vicinanze dei Lo Giudice con precisi soggetti istituzionali e in particolare magistrati (Alberto Cisterna e Francesco Mollace ndr); i motivi per cui i rapporti con almeno due magistrati inducevano i fratelli Lo Giudice (e in specie Luciano) a pretendere una riconoscenza così forte da richiedere un intervento in relazione alla vicenda cautelare che li aveva inaspettatamente colpiti”.

CONSOLATO CONSOLATUM

Ma a pagina 9 c’è una chicca che conferma la voce che a Reggio Calabria corre da quando mio nonno aveva i calzoni corti. Consolato Villani, diventato collaboratore di giustizia, non risparmia negli interrogatori giudizi sprezzanti nei confronti dei fratelli Lo Giudice, motivati “dal loro essere stati in passato confidenti occulti delle Forze di polizia”. E chi gioca a fare i confidente non sa forse quanto sia rischioso il gioco stesso e che lo Stato può lasciarti al tuo destino in qualunque momento? E non sa forse che per le stesse cosche regine (con una g sola), che hanno propri uomini ovunque (dalla magistratura alla Chiesa) non esiste confessionale che tenga e dunque conoscono per nome e cognome tutte le “spie” degli sbirri?

Andando oltre nella lettura si scopre che Antonino Lo Giudice, parlando con Villani, non fa mai riferimento all’attentato della notte del 3 gennaio ma si limita a dire: “Lascia che li arrestino tutti”. Da ciò - deducono i magistrati – “fornisce al Villani la conferma del suo coinvolgimento”. Qualcuno mi spiega – di grazia – come si fa da quella frase a dedurre il coinvolgimento? Atteso ovviamente il fatto che il coinvolgimento, reale, è un fatto “minore” in questa abile strategia da “tragedia”.

Sempre Villani poi “intuisce” che Antonio Cortese aveva partecipato all’attentato. Intuisce!??! E come? “Dalle modalità dell’attentato e dalla visione dei filmati che venivano trasmessi da tutte le reti”, si legge nell’ordinanza.

Scorrendo qualche riga Villani “deduce” che Antonino Lo Giudice guidava lo scooter. Da cosa? “Dal fatto – scrive il Gip Assunta Maiore – che secondo il collaboratore la visione del filmato e l’altezza del Lo Giudice e le sue fattezze fisiche gli consentirebbero agevolmente di travestirsi da donna…”

Per il momento mi fermo qui. La lettura in controluce dell'ordinanza continua a breve.

2 – to be continued (la precedente puntata è stata pubblicata ieri)

20 APRILE 2011 - 14:47
Balle e bombe a Reggio Calabria / 1: la scaltrezza dei Lo Giudice in attesa di dossier, corvi e nuovi veleni

Cari amici di blog molti di voi avranno seguito le recenti vicende di Reggio Calabria e il fatto che qualcuno si è affrettato ad alzare la V in segno di vittoria.

Tutto risolto. A Reggio la ‘ndrangheta non fa più paura.

Nella famiglia Lo Giudice – che nella mappa della criminalità di Reggio Calabria è in seconda o addirittura terza fila nonostante ciò che scrivono i “professoroni” della penna a comando – è stata individuata l’origine e la fine della serie di attentati e minacce che si sono susseguiti dalla notte del 3 gennaio 2010 a ottobre 2010.

Una storia ben raccontata alla quale io non credo. Almeno fino in fondo. Storia struggente, buona anche per riportare in auge una stagione dei veleni – vedrete che il tempo mi darà ragione – che ricorda quella del corvo di Palermo. Una stagione della peggiore specie. Quella in cui la politica viene appena sfiorata dalle inchieste e alcuni magistrati vanno a braccetto con gli indagati. Siamo solo all’inizio.

Gli stessi magistrati di Catanzaro, nell’ordinanza che la scorsa settimana ha portato all’arresto di 4 persone, dicono chiaro e tondo che le reali motivazioni che hanno portato alla serie di delitti (le bombe alla Procura generale, sotto casa di Salvatore Di Landro e davanti al Cedir) restano sconosciute. La parola reticenza viene usata da Vincenzo Lombardo, capo della Procura di Catanzaro, senza paura.

La sensazione – nettissima – è che abbiamo assistito e stiamo assistendo a una fantastica stagione di depistaggi, durata finora 15 mesi, in cui gli obiettivi possono, allo stato attuale dei fatti, solo essere oggetto di congetture.

E I MOTIVI?

Personalmente credo che il vero obiettivo sia distogliere l’attenzione dalla disgustosa commistione tra ‘ndrangheta, affari, politica, massoneria deviata e pezzi di Istituzioni deviate, che drenano centinaia di milioni del decreto per Reggio, mungono le municipalizzate e restano in attesa della manna del Ponte sullo Stretto.

Non dimenticate mai – e ripeto mai – che in questa matassa ignobile giocano un ruolo pesantissimo i servizi segreti, più o meno deviati, che anche in queste vicende stanno entrando a piedi uniti con dossieraggi in preparazione che a breve faranno cucù come l’uccellino dall’orologio a pendolo.

Credo, ancora, che sia verosimile la volontà di colpire, con la serie di attentati, il “nuovo corso” del procuratore generale Di Landro che altro non sarebbe, poi, se non una scrupolosa e attenta lettura corale dei fascicoli, una mera attenzione alla cura dei dibattimenti, soprattutto per quelli più delicati (a esempio il cosiddetto processo Rende, il processo alle banche e i tanti processi riguardanti le cosche eccellenti delle città, i cui portafogli potrebbero subire qualche “colpetto”).

Credo anche che il processo Rende – da subito individuato dal pg Di Landro come snodo vitale della strategia della tensione – giochi una parte delicatissima, anche per alcuni risvolti inediti che racconterò nei prossimi giorni.

LA SEQUENZA

La sequenza di ciò che è accaduto dal 3 gennaio 2010 – ricordo perfettamente che in quei giorni ero tra Reggio e Rosarno per seguire la cosiddetta rivolta dei neri – è assolutamente incredibile e, ancora più incredibile è quello che potrà accadere a breve. La macchina del fango sta entrando in azione e la Procura di Catanzaro – per ora, ma solo per ora – è riuscita a spegnere il ventilatore.

Il finale è già scritto: Reggio è una città irrecuperabile e su questo assunto qualcuno – a ogni livello - tenterà di costruire il resto di una carriera “chiacchiere-e-distintivo” A Reggio, così, la matassa continuerà a governare i miliardi che piovono e pioveranno a catinelle grazie al decreto per Reggio e, chissà, anche al “Ponte sulle mafie dello Stretto”.

Mettetevi in testa una cosa: tutto ma proprio tutto quel che succede a Reggio ruota intorno a quelle centinaia di milioni del decreto per Reggio (in attesa dei miliardi quelli per il Ponte). Lì è i-ne-qui-vo-ca-bil-men-te, come ho scritto e riscritto più volte, anche la chiave degli attentati e delle serie minacce al sindaco facente funzioni (che non a caso volerà per altri lidi) Giuseppe Raffa. Le ‘ndrine che comandano in città – De Stefano e Condello in primis – non possono permettere che sfugga loro il controllo delle risorse, mentre oltretutto da anni allungano sempre più la propria ombra sulle municipalizzate cittadine, altra “cassaforte” inesauribile.

Abbiate la compiacenza di seguirmi. Lo so che sarò lungo ma queste vicende – che sono un pezzo importante della democrazia italiana – non possono essere raccontate in due righe. Questo è solo il primo post. Chi vuole mi segua. Agli altri auguro buona giornata e Buona Pasqua.

Nella notte tra il 2 e il 3 gennaio 2010 una manina ignota piazza una bomba sotto la sede della Procura generale di Reggio Calabria.

L’8 marzo 2010 il capo della Procura generale di Reggio Calabria, Salvatore Di Landro, spedisce una nota riservata al ministro della Giustizia Angelino “Jolie” Alfano in cui ricostruisce punto per punto i motivi che sarebbero dietro la bomba della notte del 3 gennaio.

Quella lettera arriva anonimamente sulla mia scrivania alcune settimane dopo e - per primo in Italia su questo umile blog – ne dò notizia l’8, il 9 e il 10 giugno 2010 (anche sul Sole-24 Ore), ripreso poi da tutti i media nazionali.

Ma cosa c’era scritto su quella lettera-relazione? Oltre a rimandare all’archivio, sinteticamente Di Landro afferma che dietro la bomba ci sarebbe stata la sua volontà di cambiare in corso le carte sul tavolo del cosiddetto processo “Rende”. Non lo dice solo lui ma lo dicono anche i riscontri dei Carabinieri e lo dicono anche le minacce e la promessa di una bomba che radio-carcere invia all’avvocatessa di parte civile Giulia Dieni. “Questo fatto – scrive testualmente Di Landro – assume una colorazione sinistra e tenebrosa ed è indice dell’assoluta valenza della causale individuata”. Ma Di Landro è talmente sicuro del fatto suo che ad Alfano scriverà: “l’avvocatessa Dieni fu buon profeta: la bomba vi fu ed esplose in danno della Procura generale”.

Quindi a marzo era tutto chiarissimo: alla causa della bomba c’era il processo Rende.

Il 26 agosto 2010 una bomba esplode proprio sotto casa di Salvatore Di Landro che, incredibilmente, nonostante tutto quel che accade a Reggio Calabria non era sorvegliata 24 ore su 24 ma solo “vigilata”. Attenzione: l’attentato non è all’Istituzione ma proprio a lui, in quanto Salvatore Di Landro, magistrato mite ma inflessibile, onesto e corretto.

Il 30 settembre 2010 quattro soggetti ritenuti vicini alla cosca Serraino vengono arrestati proprio con l’accusa di essere dietro l’attentato della notte del 3 gennaio.

Il 5 ottobre 2010 viene ritrovato un bazooka davanti alla Procura della Repubblica e una telefonata anonima indica che si tratta di un messaggio al capo della Procura Giuseppe Pignatone.

Mentre tutto questo accade – bombe, relazioni ai ministri, attentati e minacce ai capi delle Procure - non va mai perso di vista un punto: alcuni magistrati e alcuni uomini delle Istituzioni, nei mesi, siedono alla destra o alla sinistra di politici indagati o discussi in convegni pubblici e occasioni pubbliche mentre il giorno prima li hanno magari ospitati in Procura per interrogarli o in Questura per ascoltarli. Altri magistrati della Dda e altri investigatori, invece, non solo lavorano e portano a casa risultati ma, di pari passo, raggiungono anche altri due sgraditi obiettivi: vengono minacciati seriamente, molto seriamente, di morte e, proprio con il loro lavoro certosino e infaticabile, scavano un fosso enorme (e visibile a chi mastica tutti i giorni mafia) tra loro e chi fa antimafia a parole sperando, con la benevolenza della politica mai toccata dalle inchieste, di fare ancora carriera.

Il 15 aprile 2011, 4 arresti a Reggio Calabria per gli attentati compiuti contro il procuratore generale, Salvatore Di Landro e contro il procuratore Giuseppe Pignatone. Delle bombe si era autoaccusato il boss pentito Antonino Lo Giudice, arrestato a ottobre 2010. L’ordinanza di custodia cautelare viene emessa dal gip di Catanzaro su richiesta del procuratore distrettuale, Vincenzo Lombardo, e dal pm Salvatore Curcio.

Tre dei presunti responsabili, ritenuti affiliati alla cosca Lo Giudice, sono già in carcere. Due di loro sono appunto Antonino Lo Giudice e il fratello Luciano, ritenuti i mandanti delle bombe; ci sono poi Antonio Cortese e Vincenzo Puntorieri, il giovane che avrebbe aiutato Cortese nel piazzare gli ordigni.

Gli atti intimidatori sarebbero stati progettati dopo l’arresto di Antonino Lo Giudice, insomma una reazione della “coschetta” di terza fila all’arresto del presunto boss, dopo il mancato “rispetto” da parte dello Stato per la collaborazione e dopo i sequestri alla famiglia per 9 milioni.

COSE DA PAZZI

Insomma tutto ‘sto casino – bombe, minacce eccetera – è da attribuire ai Lo Giudice che nella geografia della ‘ndrangheta reggina - senza che il gotha li autorizzi - contano quanto il due di bastoni quando a briscola regna coppe? Senza dimenticare che un altro paio di figurine sarebbero dietro la messinscena dell’attentato al Capo dello Stato. E secondo voi la ‘ndrangheta seria (quella di cappa, spada, tavole e leggi) avrebbe consentito tutto questo ‘sto casino per un paio di familiari Lo Giudice arrestati e 9 milioni sequestrati!

A nessuno viene in mente che – ammesso e non concesso che i Lo Giudice nella loro mente potessero veramente credere di avere aderenze istituzionali – dopo il primo attentato fallito del 3 gennaio, tutte le cosche calabresi del globo terracqueo avrebbero fatto di tutto per fermarli?

Nessuno ricorda che radio carcere già a febbraio/marzo rimandava da una cella all’altra l’ordine di fermare la mano di quei “pazzi” che avevano attentato alla Procura? E ben sapendo che radio carcere impiega pochissimo tempo a spedire sulle frequenze giuste le notizie volute, si può davvero credere che i Lo Giudice – da soli e senza nessuna autorizzazione – si spingano fino ad un secondo attentato a casa di Di Landro e finanche scodellare uno spara missili sotto la sede del Cedir?

E le certezze – messe nero su bianco dal Procuratore Di Landro – sulla reazione scatenata dal processo Rende che fine hanno fatto? Perché non ne parla più nessuno?

Lo stesso Di Landro, scrive, a proposito della bomba sotto la Procura che “se vi fosse altra spiegazione la ndrangheta, mai sotto tiro come in questo lasso di tempo, avrebbe fatto di tutto per far allentare la pressione cui è sottoposta, consegnando (almeno) con una soffiata gli autori dell’attentato”. Lo scrive – e ve lo rivelo per la prima volta – a pagina 8 della relazione spedita a marzo ad Angelino “Jolie” Alfano.

E i Serraino che fine hanno fatto e che ruolo ricoprono anche alla luce del processo Rende? Qui l’analisi sfiora la macchietta. Mentre, nelle scorse ore, apprendiamo infatti che quella pista non è stata abbandonata, contemporaneamente a pagina 60 dell’ordinanza, il Gip scrive burocraticamente di “primigenia tesi investigativa” e dunque lascia capire che è una pista ormai abbandonata a favore della verità dei Lo Giudice.

Riletto 13 mesi dopo, quel che scrive Di Landro (che ha una carriera lunga in magistratura quanto una vita) è profetico: la pressione è stata allentata ma solo sulle collusioni tra ‘ndrangheta, massoneria deviata, istituzioni deviate e politica e nel nome di un gruppo di seconda o terza fila delle cosche reggine. Gruppo che si è magari immolato sull’altare della Patria confessando di tutto, di più? Manca solo il fallito attentato a Topo Gigio e abbiamo fatto bingo. I motivi di questo atteggiamento – sui quali tornerò approfonditamente nelle prossime ore con un nuovo post – può legarsi al fatto che i Lo Giudice fanno affari milionari a Reggio ma non hanno un territorio. Non hanno una propria zona. Il patto raggiunto con la piramide della ‘ndrangheta ha permesso loro di essere presenti a macchia di leopardo. Macchie che possono essere cancellate con facilità dal gotha delle cosche. Una condizione debole, debolissima di sudditanza, quindi. Per continuare a esistere e fare affari la “tragedia” può essere un onorevole via d’uscita per tutti. Una via d’uscita, una “tragedia” che permette – innanzitutto – di lasciare il gotha politico-mafioso-massonico-deviato lontano dai riflettori, impegnato com è a succhiare e drenare centinaia di milioni del decreto per Reggio, blindare la cassaforte delle municipalizzate reggine e intercettare le risorse statali e comunitarie che piovono generosamente in Calabria.

A presto

1 – to be continued