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martedì 16 ottobre 2007

FORTUGNO: PENTITO SUICIDA; LE PRESSIONI DELLA NDRANGHETA
LA STORIA DI UN GIOVANE CHE NON ERA UN PICCIOTTO MA CHE SAPEVA

LOCRI (REGGIO CALABRIA), 16 OTT - Bruno Piccolo era nato a Locri l'11 marzo del 1978 e tutta la storia del suo pentimento e soprattutto delle pressioni subite dai capicosca dei Cordì è narrata in decine e decine di pagine delle varie ordinanze di custodia cautelare dei magistrati di Reggio che indagano da due anni sul delitto Fortugno.Chi era davvero Bruno Piccolo? Un ragazzo qualsiasi, non un picciotto di mafia ma uno che frequentava nel suo bar "Arcobaleno" gli uomini dei Cordì. Ascoltava, parlava, andava anche a pranzi e cenette. La sua vità cambiò il 14 novembre 2005, un mese dopo l'omicidio di Franco Fortugno, quando venne arrestato con Antonio Dessì e Domenico Novella per un traffico di armi. Lo spostano in varie carceri, da Reggio Calabria a Sulmona, una struttura nuova dove lo mettono al regime duro del 41 bis. Bruno non regge molto, Bruno il barista cede quasi subito e i primi di dicembre del 2005 inizia a vuotare il sacco. Lui - scrive Enrico Fierro, giornalista dell'Unità nel suo libro 'Ammazzati l'onorevolé presentato stamattina a Locri - non è un boss, non ha parenti o familiari con i cognomi importanti delle cosche, non si può aspettare niente da nessuno. La sua è una famiglia di persone perbene. E' il figlio di un operaio, un uomo onesto, morto in un incidente sul lavoro.Il 6 dicembre 2005 inizia a parlare e racconta come il bar che gestiva, proprio all'angolo sopra la sede del vescovado e a due passi dallo stadio dove gioca il Locri, era via via diventato una sorta d'ufficio dei Cordì. Della cosca fa l'organigramma ma al giudice fa capire anche il perché della sua vicinanza a quei picciotti senza scrupolo che frequentano il bar. "Volevo - dice - vendicarmi del farmacista di Locri e di quel giorno quando mio padre cadde dall'impalcatura e lui non lo aiutò. Lo trattò come un cane". Ma il fatto che Bruno il barista potesse cedere alle pressioni degli inquirenti e quindi pentirsi arrivò all'orecchio dei capicosca, che in quello stesso dicembre 2005 cominciarono a preoccuparsi. "Ma Bruno ce la farà?", dicono tra di loro i capi, e Vincenzo Cordì, che ha preso il posto di comando della famiglia dopo la morte di Antonio Cordì 'il ragioniere', fa sapere che a parlare con Bruno ha mandato nel carcere di Sulmona Filippo Barreca, uno dei capi 'ndrangheta di Reggio Calabria, li' detenuto. Le donne e i boss si attivano, dunque, per far desistere Bruno il barista e il 13 dicembre 2005 nella sala colloqui di Sulmona arrivano madre e sorella. Tremano per lui, temono vendette ma a Locri non succede niente. Uno zio di Bruno tenta anche lui di farlo desistere: "attento Bruno - gli dice in carcere ed ovviamente è intercettato dalle cimici - non fare minchiate. Che stai combinando?". Il 19 dicembre Vincenzo Cordì tenta l'ultima carta, gli scrive una lettera: "l'importante in questi luoghi è stare tranquilli, farsi la galera con onestà e parlare poco". Una lettera dal chiaro significato. Ma è tutto inutile, Bruno il barista parla e fa i nomi di quelli che nel suo bar progettavano l'assassinio di Fortugno.A Locri la voce gira, dicono che Bruno se ne è andato di testa e infatti tentano anche di farlo passare per pazzo, riportano a galla una vecchia storia del 1998 quando Bruno tentò di ammazzarsi. Una perizia pschiatrica lo dichiara però normale ma gli avvocati difensori degli arrestati lo incalzano, tentano di farlo passare per un "border line", uno squilibrato, un cocainomane. Lui è però un pentito vero, conferma i nomi di quelli implicati nel delitto Fortugno: "sono stati Salvatore Ritorto e Domenico Audino". Dice anche quello che ha fatto quella domenica maledetta, il 16 ottobre 2005: era andato a Reggio con tre picciotti. A fare che? "A donne", risponde al magistrato. Nulla dice di sapere, invece, sui mandanti. Risponde solo che quell'omicidio interessava a Ritorto. Si fa la galera, il processo col rito abbreviato, a giugno la condanna a un anno e quattro mesi e torna a vivere quasi da uomo libero in Abbruzzo, in una casetta vicina al mare a Francavilla (Chieti). Parla spesso con il vescovo di Locri, mons.Giancarlo Bregantini, fino a quando decide di dire basta con questa vita. Dicono per una travagliata relazione sentimentale. Sarà vero? Dicono che era assai depresso e lasciato solo. Muore con una corda al collo e finisce così la sua vita travagliata, da picciotto che non era picciotto, poi pentito ed isolato da tutti. "Troppo solo", commenta sconsolato Bregantini.

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