Il guardasigilli sconfessato
di Giuseppe D'Avanzo
www.repubblica.it
LA SEZIONE disciplinare del consiglio superiore della magistratura rinvia al 17 dicembre, quindi di nove settimane, l'esame del "caso De Magistris". Senza perdersi nei dettagli tecnici, un fatto può dirsi certo: le contestazioni messe insieme dal ministro Mastella contro il pubblico ministero di Catanzaro non devono essere né così formidabili né così spaventose da rendere necessario e urgente il trasferimento di Luigi De Magistris in un altro ufficio. "Nessuno è saltato sulla sedia", dice un addetto. È una notizia che sarà andata di traverso al ministro di Giustizia e ai suoi ispettori. Per giustificare un "trasferimento d'ufficio in via cautelare", come Mastella chiedeva al consiglio, sono necessarie tre condizioni. Innanzitutto un errore, una violazione delle norme, un addebito disciplinare così grave e sostanzioso da rendere indispensabile una sanzione superiore all'ammonimento, quindi o una censura o peggio la perdita dell'anzianità, la sospensione dalle funzioni da tre mesi a due anni. A documentare l'addebito devono essere "gravi elementi di fondatezza". Nemmeno prove. Soltanto un'ombra di responsabilità, un fumus, come si dice. "Grave" e quindi qualificato, visibile a occhio nudo, così solido da rendere prevedibile, molto probabile, quasi certa una sanzione nel giudizio che verrà (in altra sede). Terza condizione, l'urgenza. Devono "ricorrere motivi di particolare urgenza" che, "per la condotta tenuta dal magistrato", impediscano "la sua permanenza in quell'ufficio". Pena, "il buon andamento dell'amministrazione della giustizia".
Bene, nessuna di queste condizioni è apparsa documentata alla sezione disciplinare. Nella procura di Catanzaro non è scoppiato nessun incendio che richieda l'arrivo precipitoso dei vigili del fuoco né l'allontanamento dell'incendiario tra la pubblica riprovazione. Se le fonti ascoltate hanno ragione, è stato soprattutto chi doveva sostenere l'accusa contro De Magistris - la Procura generale della Cassazione - a vivere ieri un momento di grave imbarazzo. La Procura generale si è ritrovata tra le mani l'ampia relazione accusatoria degli ispettori di Mastella. In quelle carte, l'accusa non avrebbe ravvisato alcuna urgenza e soprattutto alcuna evidenza di colpevolezza per Luigi De Magistris così significativa da giustificare un provvedimento in via cautelare (cioè senza un giudizio vero e proprio, di merito). Si può ipotizzare che questa perplessità sia giunta all'orecchio dei tecnici del ministero di giustizia che si sono precipitati - sorprendentemente - a spedire alla sezione disciplinare una nuova relazione, a poche ore dalla camera di consiglio. Migliaia di pagine, scritte - si dice - "in un italiano impervio", nessun nuovo capo d'incolpazione e soprattutto nessuna spiegazione su quale nesso o pertinenza queste seconde carte possano avere con le prime. Di fatto, s'indebolisce la relazione originaria che non doveva essere poi così vigorosa se poi si è ritenuto di doverla rafforzare. A questo punto è stato il sostituto procuratore generale a rifiutarsi di andare avanti in fretta e comunque, senza aver letto e valutato appieno quel castello di confuse carte. Ha preteso, in assenza dell'evidenza delle accuse e di condizioni d'urgenza, di avere il tempo necessario - tutto il tempo necessario - per maturare un'opinione in autonomia, rifiutandosi di essere degradato a "funzionario del ministero". Anche perché, le iniziative pasticciate di Mastella, lasciano intravedere alla Procura generale il pericolo che, procedendo con i tempi e i modi scelti dal guardasigilli, si possa creare una prassi che (teoricamente) permette al ministro di chiudere, con un colpo di spugna, qualsiasi inchiesta. Con la decisione della sezione disciplinare, la crisi aperta dall'iniziativa impropria e ingiustificata di Mastella ritorna lungo binari di ragionevolezza, prudenza e diritto. Non elimina, però, quel che è accaduto. Ricapitoliamolo. A Catanzaro un pubblico ministero, isolato in un ufficio sonnolento o acquiescente, indaga sul sistema di potere regionale e nazionale che governa l'afflusso dei finanziamenti europei in Calabria. L'indagine svela le complicità della magistratura e la connivenza della politica, di tutta la politica. Il pubblico ministero deve patire la reazione delle gerarchie togate che lo assediano con denunce e ricorsi che provocano ispezioni dopo ispezioni e un processo disciplinare (ancora in corso). Quando saltano fuori alcune evidenze che coinvolgono nell'inchiesta il capo del governo in carica e le amicizie personali di Clemente Mastella, il ministro di Giustizia invoca il trasferimento in via cautelare di quel magistrato perché impedirebbe il "buon andamento dell'amministrazione della giustizia" in una Calabria dove l'amministrazione della giustizia è efficiente come un arrugginito motore senza candele, benzina e cinghia di trasmissione. Per quel trasferimento ci sarebbero, dice il ministro ai quattro venti, gli evidenti elementi di fondatezza e soprattutto una grande urgenza. Alla prima verifica del consiglio, non ci sono né gli uni né l'altra. L'iniziativa di Mastella resta come nuda e appare sempre di più il tentativo di intimidire quel pubblico ministero e di seppellire la sua inchiesta. Non è un bel vedere. (9 ottobre 2007)
martedì 9 ottobre 2007
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