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26 APRILE 2011 - 11:59Balle e bombe a Reggio Calabria / 5 Il processo Rende, l’onnipotente politico e la poltrona di Pietro Grasso
Cari amici di blog come è andata la Pasqua? E la Pasquetta? A me – come sorpresa – ha portato la (ri)lettura del processo Rende. Riassumo per chi non sa. Il 28 gennaio 2010 la Corte d’assise d’Appello di Reggio Calabria ha confermato cinque dei sei ergastoli richiesti in primo grado per l’omicidio della guardia giurata Luigi Rende, ucciso il 1° agosto 2007 in un conflitto a fuoco nel tentativo di sventare una rapina agli uffici postali di Via Hecce Homo a Reggio Calabria. Difensore di parte civile di quel processo era l’avvocatessa Giulia Dieni, mentre a difesa dell’imputato c’era l’avvocato Lorenzo Gatto. Avvocato generale era Franco Scuderi, che aveva rimpiazzato, per volontà del neo procuratore generale, l’ex sostituto Francesco Neri. Proprio lo svolgimento di questo processo era stato inserito dal neo procuratore generale, Salvatore Di Landro, tra le cause dell’attentato che nella notte del 3 gennaio 2010 ha scosso gli uffici della Procura generale. Questo lo scrive lo stesso Di Landro in una lunga nota spedita il 6 marzo 2010 al ministro della Giustizia Angelino “Jolie” Alfano e al Csm di cui, io per primo, diedi conto nel giugno dello stesso anno (si vedano in archivio i post dell’8, 9 e 10 giugno 2010), ripreso poi da tutti i media nazionali.
La pista “processo Rende” per l’attentato della notte del 3 gennaio sembra essere definitivamente abbandonata dapprima quando si batte la pista della cosca Serraino e, infine, quando con le confessioni di Nino Lo Giudice si apre un nuovo scenario.
Uno scenario che vedrebbe protagonisti Nino e la famiglia Lo Giudice: qualcuno non avrebbe mantenuto i patti sulla loro impunità, il patrimonio sarebbe stato aggredito dai sequestri e così la famiglia Lo Giudice – di seconda o terza fila nella mappa della mafia a Reggio nonostante qualcuno voglia nobilitarla a ranghi che non gli competono – toma-toma cacchia-cacchia, come direbbe Totò, avrebbe fatto un putiferio dietro l’altro. Bombe a ripetizione e bazooka come se piovesse.
Ebbene sapete che sto commentando questa “tragediata” da alcuni giorni (si vedano i precedenti quattro post in archivio). Una “tragediata” che, tra le altre cose, chiama in causa due magistrati (i pm Francesco Mollace e Alberto Cisterna) e che la stessa Procura di Catanzaro tratta con le molle.
Da giorni sto scrivendo e ribadendo che dietro le bombe e i successivi attentati intimidatori allo stesso Di Landro (colpito come persona fisica sotto casa e non solo nella sua veste di magistrato incorruttibile) e a Giuseppe Pignatone, c’è un’abile strategia che distoglie dalla disgustosa matassa politica-massoneria deviata-istituzioni deviate-‘ndrangheta che governa a Reggio le centinaia di milioni del decreto Reggio, la cassaforte finanziaria delle municipalizzate e si agguatta come un falco pellegrino in attesa dei miliardi del “Ponte sulle mafie dello Stretto”. Dietro gli attentati c’è però, chiaramente, anche il nuovo corso impresso da Di Landro: una dopo l’altra passano e passeranno nelle aule del Tribunale in appello tutte le cosche cittadine e i dibattimenti si preannunciano o sono già di ben altra pasta rispetto al passato.
LA TAPPA MILIARE
In quest’ultimo scenario è il “processo Rende” che rappresenta la pietra miliare del “nuovo corso” in appello voluto da Di Landro e dunque ha una valenza vitale per la criminalità organizzata perché segna la data della “svolta” nella trattazione dei fascicoli in mano alla stessa Procura generale. E le cosche ben lo sanno. E con loro il gotha corrotto della classe dirigente reggina.
Ebbene questo processo è la logica conclusione di una rapina finita male. Anzi: tragicamente, con una famiglia distrutta per la morte di una guardia giurata fidatissima della Sicurtransport spa che per poche migliaia di euro al mese ha rischiato la vita. E l’ha persa.
Chi vuole dimenticare in fretta e furia la valenza di questo processo o è in cattiva fede o è un ingenuo. Certi processi in Calabria – consapevolmente o meno – sono altra cosa rispetto a quello che appaiono anche perché a Reggio la linea tra lecito e illecito è un filo sottile come un capello di un poppante.
E’interessante a questo punto raccontare di alcune intercettazioni che risalgono a sei anni fa.
Sono in grado di tirare fuori dal mio magico cassetto un’intercettazione tra una persona – scrivono testualmente i magistrati – “legata da vincoli di parentela alla famiglia De Stefano” e “in buoni rapporti con un familiare del boss Giorgio De Stefano”e una terza persona.
In questa intercettazione i due parlano allegramente di voti da indirizzare verso un politico potentissimo (oggi più che mai il vero potente di questa regione). Ebbene, leggiamo la sintesi di quel che scrivono i magistrati in questo provvedimento rimasto nel cassetto degli uffici del Cedir perché non ha avuto alcun successivo iter interno (anche se tre anni fa lo stop ha spaccato letteralmente in due la Procura di Reggio Calabria che era a un passo dal mettere le mani sulla perversa commistione politica-economia criminale-‘ndrangheta in città) e dunque alcun seguito giudiziario. Io tralascio nomi e cognomi (che però ho letto e conosco) al posto dei quali metterò degli “omissis”.
“Il politico…OMISSIS…. - si legge nelle carte dei magistrati reggini - sarebbe un personaggio legato agli ambienti di Platì e San Luca e spesso si recherebbe in quella zone a pranzare…sarebbe legato alle principali cosche della città…inoltre avrebbe diversi interessi economici in diverse attività intestate ai prestanome…OMISSIS specificava che il politico…OMISSIS…comanda all’interno della società di vigilanza Sicurtransport…chi vuole lui entra…chi non vuole lui non entra…OMISSIS è entrato in un giro grosso…”.
Chi rilascia queste dichiarazioni non sapendo di essere intercettato, come detto, non solo intrattiene rapporti personali con la famiglia De Stefano che ancora oggi comanda a Reggio e non solo, ma è in grado di rivelare con le sue chiacchierate alcune dinamiche interne ai rapporti di forza economici di alcuni potentissimi politici reggini che hanno fatto carriera. E che carriera! Tra questi, appunto, il potentissimo politico che “comanda”, secondo quanto dichiarato nella telefonata intercettata, nella Sicurtransport in Calabria.
Intercettazioni che – ribadiamo – non sono state successivamente sviluppate e dunque non è stato possibile trovare riscontri e approfondire le parti interessanti, perché la lunga indagine, condotta da magistrati con quattro dita di spessore, non ha avuto alcun esito successivo.
Il Gruppo Sicurtransport con sede legale a Palermo (sei società, 1000 dipendenti e un fatturato di 50 milioni, leader nel meridione dei servizi di sicurezza), è bene precisare ancora, è totalmente estraneo alle trame raccontate in queste chiacchierate captate dalla sala ascolto della Procura e mai appare nel corso delle intercettazioni come consapevole di ciò che terzi raccontano su quanto accadrebbe delle loro attività in Calabria, dove la sua presenza è diffusa. Probabilmente lo stesso Gruppo Sicurtransport verrà a conoscenza di queste intercettazioni per la prima volta grazie a questo umile blog.
Bene. Credo di avere fornito l’ultimo tassello per riflettere sul fatto che la “tragediata” della famiglia Lo Giudice non è e non può essere farina del loro sacco. Una “tragediata” in grado di distogliere lo sguardo dai pirahna mafioso-politico-massonici-deviati che rosicchiano le risorse che piovono su Reggio ed in grado, in un colpo solo, di sputtanare anche il nuovo corso aperto da Salvatore Di Landro, un magistrato che ora si trova incredibilmente (ma non per le menti raffinatissime che hanno ordito le trame) nell’occhio del ciclone.
In buona compagnia: con lui ci sono anche due magistrati del calibro di Alberto Cisterna (obiettivo secondario da abbattere, visto che il vero obiettivo è la delegittimazione di Pietro Grasso, di cui Cisterna è braccio destro in Procura nazionale antimafia e la cui poltrona fa gola a tanti) e Francesco Mollace, obiettivo secondario, visto che di fatto è il braccio destro di Salvatore Di Landro in Procura generale, vero obiettivo da abbattere. Due bracci destri colpiti da una mente…sinistra! Allegria! Le elezioni sono vicine a Reggio e la torta è già spartita. Vi do la mia parola di giornalista libero.
5 – the end (le precedenti quattro puntate sono state pubblicate il 20, 21, 22 e 23 aprile)
23 APRILE 2011 - 9:32
Balle e bombe a Reggio Calabria / 4 Le capacità profetiche di prevedere le trame dietro gli attentati
Carissimi amici di blog da quattro giorni sto ragionando sull’ordinanza del 15 aprile 2011 della Procura di Catanzaro che ruota intorno alla serie di falliti attentati alla Procura generale di Reggio Calabria e ai procuratori Salvatore Di Landro e Giuseppe Pignatone (rimando all’archivio per i tre post precedenti).
I Lo Giudice – colpiti nel portafoglio e arrabbiati per essere stati lasciati soli dallo Stato – sarebbero i soli responsabili. Peccato che non si conoscano cause, motivi e, aggiungo io, mandanti.
Prima di addentraci nel magico mondo delle profezie che a Reggio Calabria sono di case, vale la pena spendere due righe sulla paradossale chiamata in causa (che fa parte di questa abile “tragediata” che sto da giorni raccontando) di due magistrati.
Sia chiaro: la Procura di Catanzaro scrive chiaro e tondo che i rapporti che i Lo Giudice millantano con alcuni magistrati delle Istituzioni sono antecedenti alla patria galera conosciuta recentemente da Luciano Lo Giudice e comunque, per sua stessa ammissione, del tutto leciti.
Alcuni giorni fa anticipavo che una nuova e velenosissima stagione dei veleni è alle porte e per il momento la Procura di Catanzaro è riuscita a evitare il primo avvelenamento dei pozzi.
I Lo Giudice, chissà perché, non parlano mai apertamente delle bombe ma chissà perchè trovano in questa "tragediata" il tempo di parlare di “un avvocato a Roma” e di “Zio Ciccio”. Verrebbe da chiedersi, a questo punto - e solo per fare un esempio - che fine hanno fatto , quando saranno tirati fuori e da chi, i verbali in cui Luciano Lo Giudice dice di conoscere il magistrato Cisterna, ma come si conosce un benzinaio. Vale a dire, tradotto: buongiorno, buonasera.
L’AVVOCATO E ZIO CICCIO
Il secondo sarebbe il pm Francesco Mollace – transitato il 9 dicembre 2009 dalla Direzione distrettuale antimafia alla Procura generale. Tenete a mente questo particolare e tra qualche riga capirete il perché. Mollace – per inciso – dichiara di non aver mai avuto rapporti né direttamente né indirettamente con i Lo Giudice e aggiunge di non conoscere nulla della vicenda, in quanto nessuno gliene ha mai parlato. I casi sono due, dirà a botta calda: “o è una millanteria di qualcuno o è una menzogna costruita di sana pianta. Apprendo di questa cosa adesso e non so veramente di cosa si tratti”.
Il secondo sarebbe il magistrato Alberto Cisterna che fino a quel momento e anche dopo farà maniacalmente presente al suo capo in Dna, Piero Grasso, che la famiglia Lo Giudice (mogli comprese) lo tampina. Non solo ogni atto, cartolina, telegramma ricevuto o respiro fatto dai Lo Giudice sarà da Cisterna protocollato o comunicato in Dna, ma di ogni atto, cartolina, telegramma o respiro, sarà avvertita anche la Procura della Repubblica di Reggio Calabria. Anzi, di più: il detenuto catanese, Luigi Rizza, che a luglio spiffera che il suo collega di cella Lo Giudice rivela di essere l’autore della bomba a Reggio, non viene inizialmente preso in considerazione. Ritenuto inattendibile? Forse sì, all’inizio, salvo metterlo ora sotto programma di protezione.
Ma a proposito di profezie, ecco un aspetto inquietante.
IL DIBATTITO
Sul Dibattito, mensile reggino, il direttore Francesco Gangemi scrive nel numero del 26 giugno 2010: “…vuoi vedere che stanno per essere arrestati gli autori dell’attentato taroccato del 3 gennaio e Dudù (così Gangemi chiama Di Landro ndr) sta cercando di salvarsi in calcio d’angolo scaricando la bomba sull’avvocatessa Giulia Dieni visto che le indagini hanno preso altre direzioni? Ma quali direzioni avrebbero preso? All’epoca abbiamo formulato le nostre ipotesi grazie soprattutto ai suggerimenti di San Michele Arcangelo:
a) il materiale utilizzato è lo stesso di quello usato per il mancato attentato al bar “Arangea” di proprietà di Antonio Nicolò, fratello di Santo, quest’ultimo ammazzato durante la guerra di mafia, imparentato per mezzo della moglie con i Serraino”.
Ma attenzione al punto b) perché è una vera profezia: “ uno dei pubblici ministeri della Dda, transitato alla Procura Generale non ha mantenuto fede ad alcuni patti, quali: 1) ha lasciato dentro qualcuno che una volta arrestato attendeva il suo aiuto o quello di altro suo collega; 2) l’arresto di Pasquale Condello, detto “il supremo”, gli viene addebitato per non averlo avvertito giacché da lui stipendiato tant’è che gli inquirente trovano nel covo (di Condello) un bigliettino indirizzato ad un magistrato birbo e per chi non l’avesse compreso sto parlando di don Ciccio Mollace da Casignana”.
Ora, a parte il fatto che l’ultima circostanza è stata più volte smentita e negata e a parte il fatto che suppongo che Mollace abbia querelato Gangemi (viste le gravissime accuse formulate nei suoi confronti), quel che appare incredibile è che a giugno c’è chi profetizza quel che accadrà: vale a dire, che uno dei magistrati transitato dalla Dda alla Procura generale (chi altri, vorrei capire, se non Mollace?) avrebbe lasciato solo un detenuto (chi altri se non Luciano Lo Giudice?) che attendeva il suo aiuto o di un altro collega (chi altri se non Cisterna seguendo questo incredibile filo logico?). Insomma a giugno c’è – usando la logica - chi è in grado di raccontare quella che è la motivazione che avrebbe spinto i Lo Giudice e che solo a luglio, per la prima volta, sarà spifferata in una cella a un detenuto siciliano (si veda il post di ieri).
La terza motivazione, scrive Gangemi, è che arrivano alla procura generale “le perizie inviate dal giovane dottor Lombardo sui beni da sequestrare al Supremo”.
Condello al quale, secondo quanto stanno ricostruendo i magistrati con l’aiuto del pentito Consolato Villani, Antonio Lo Giudice avrebbe cercato di fare le scarpe.
E’ interessante leggere – e lo rivelo per la prima volta – quel che Salvatore Di Landro, chiaramente preso di mira da Gangemi con la sua sprezzante ironia, scrive nella lettera-relazione spedita al ministro della Giustizia Angelino Jolie Alfano l’8 marzo 2010.
IL GIUDIZIO DI SALVATORE DI LANDRO
Ecco cosa scrive il Procuratore generale alle pagine 14, 15 e 16 della relazione (si tenga presente che anche le sottolineature fanno parte dell’originale): “In Reggio Calabria viene stampato da oltre 20 anni un mensile scandalistico denominato “Il Dibattito”, il cui Direttore, tale Francesco Gangemi, ha riportato decine di condanne per diffamazione ma continua imprudentemente a imperversare confidando forse nella sua età avanzata e nella sua nulla tenenza di beni (così almeno pare).
Non ho avuto il tempo di affrontare la tematica giuridica del perpetuarsi della pubblicazione di tale mensile, nonostante le campagne stampa palesemente diffamatorie che si protraggono da anni anche nei confronti di valorosi magistrati, per cui v’è da ritenersi, ad una prima considerazione che – nonostante la palese natura diffamatoria di tanti suoi articoli – sia estremamente difficile – se non impossibile – sul piano giuridico pervenire alla sua chiusura.
Orbene: è risaputo che tale mensile, mentre appare critico e diffamatorio nei confronti di quasi tutti i magistrati, è sempre molto “benevolo” nei confronti del dr. Neri, di cui segue e menzione con particolare cognizione processi e vicende alla quali egli è direttamente o indirettamente interessato. Tale dato è riscontrabile anche attraverso la documentazione (una minima parte, in possesso dello scrivente) che allego.
Già in passato, lo scrivente, per avere osato dissentire rispetto ad alcune iniziative del dr. Neri (vedi caso Sarra), è stato oggetto di “avvertimenti” dal direttore del citato mensile.
Oggi però il caso assume un clamore inusitato e intollerabile, per la presenza di un sostituto procuratore, che ha come suo “protettore” un mensile che diffama “all’occorrenza” il “suo” Procuratore Generale.
Nel numero di gennaio 2010 tale mensile così si esprimeva nei miei confronti: “Il dr. Di Landro è una persona perbene, mite e professionalmente corretto e imparziale…”.
Nel successivo numero di febbraio 2010, essendosi erroneamente e malamente affermata l’idea di un mio intendimento malevolo nei confronti del dr. Neri (per avere semplicemente adempiuto al mio dovere di esporre compiutamente i fatti), tale mensile, prendendo espressamente le difese del dr. Neri, si è scagliato contro di me con un violentissimo attacco diffamatorio tanto inaudito quanto fondato su affermazioni talmente assurde che gli addetti ai lavori possono coglierne subito la palese falsità; mentre l’opinione pubblica, pur conoscendo la dubbia fama del mensile, non può non rimanere perplessa e turbata riguardo alla figura del Procuratore generale.
La totale, palese falsità del contenuto dello strumentale attacco denigratorio è facilmente dimostrabile “per tabulas”; esso è talmente grossolano da non meritare dignità di confutazione: ciononostante (premesso che sono facile profeta nel prospettare un seguito della campagna diffamatoria di tale mensile) i documenti, che dimostrano l’impudenza della diffamazione, possono da me essere messi a disposizione in qualunque momento ove si ritenga opportuno prenderne contezza”.
Ma non solo di virtù profetiche vive Reggio Calabria. Nei prossimi giorni scopriremo cose interessanti sul processo Rende che – come abbiamo visto – lega in qualche modo Di Landro al suo ex sostituto Francesco Neri.
Buona Pasqua a tutti.
4 – to be continued (le precedenti puntate sono in archivio)
22 APRILE 2011 - 10:25
Balle e bombe a Reggio Calabria / 3 i Lo Giudice usano i bazooka ma sono ciechi e così sbagliano obiettivi
Carissimi amici di blog da tre giorni sto ragionando sull’ordinanza del 15 aprile 2011 della Procura di Catanzaro che ruota intorno alla serie di falliti attentati alla Procura generale di Reggio Calabria e ai procuratori Salvatore Di Landro e Giuseppe Pignatone (rimando all’archivio per i due post precedenti).
I Lo Giudice – colpiti nel portafoglio e arrabbiati per essere stati lasciati soli dallo Stato – sarebbero i soli responsabili. Ebbene mi verrebbe da titolare questo post: “scusi capo ma ‘ndo ‘sta a Procura?”.
Sì, così, in romanesco, il mio adorato dialetto. Se giurate di non ridere, leggetevi infatti come Antonino Lo Giudice sceglie la Procura generale come luogo del primo attentato: pensava che fosse la Procura, vale a dire l’ufficio giudiziario che procedeva, all’epoca, contro il fratello Luciano. “La giustificazione – scrive saggiamente il Gip – è contraddetta da alcune semplici osservazioni riguardanti, intanto, la circostanza che Lo Giudice Antonino è una persona adusa ad essere sottoposta a diversi procedimenti giudiziari, processato più volte e pienamente consapevole della differenza esistente tra un ufficio requirente di primo grado e la Procura generale presso la Corte d’Appello della città in cui, peraltro, è nato e cresciuto…”.
Il Gip, alla quale evidentemente non piace essere presa per i fondelli, conclude scrivendo che: “la scelta della Procura generale non è stata né casuale né il frutto di un fraintendimento, ma piuttosto, meditata ed effettuata per ragioni che il Lo Giudice non ha voluto chiarire, mostrandosi reticente sul punto, così come sugli specifici rapporti da lui e dal fratello intrattenuti in passato, prima dell’arresto di Luciano, con personaggi istituzionali”.
Oltretutto, visto che la famiglia Lo Giudice – oltre che nata e cresciuta anche pasciuta a Reggio verrebbe da dire forse al Gip che deve mantenere però il contegno istituzionale - spaccia la strategia della tensione con il fatto che gli è stato toccato il portafoglio con sequestri milionari, è incredibile il fatto che la bomba non venga eventualmente piazzata sotto la Procura, responsabile di tali decisioni.
ALTRA BALLA ALTRO GIRO
Altra cosa sulla quale in questi giorni i giornalisti (che scrivono senza leggere e soprattutto con la testa a comando) stanno favoleggiando, è il ritrovamento del bazooka e la supposta volontà di colpire con un colpo la Procura.
Fate bene attenzione a ciò che scrivono i magistrati sul colpo fortuitamente sfuggito dal bazooka stesso verosimilmente nella notte tra il 27 e il 28 settembre, vale a dire pochi giorni prima del ritrovamento del lanciamissile, il 5 ottobre, davanti alla sede del Cedir. Il 6 ottobre alle 10.35, vale a dire il giorno dopo del ritrovamento annunciato con telefonata, Lo Giudice si scaglia contro Antonio Cortese per l’incidente del colpo sparato fortuitamente (ma come cazzo si fa a sparare un colpo di bazooka accidentalmente, mi domando, visto che a usarlo oltretutto non sono io ma esperti armieri?!). Il suo disappunto, si legge a pagina 47, si deve al fatto che Cortese avrebbe disatteso gli ordini: sparare contro gli uffici della Procura della Repubblica. Buuummm! Fuochi d’artificio!
E infatti leggete cosa scrive il Gip:”…la ricostruzione, sebbene verosimile, è smentita con decisione dallo stesso Lo Giudice che l’11 marzo 2011 ha definitivamente chiarito che ben sapeva, già il 30 settembre 2010, prima di partire per il Marocco, del colpo partito accidentalmente e aveva in quell’occasione ordinato al Cortese di far ritrovare l’arma…”.
Insomma: la sorpresa al telefono era finta, l’incazzatura anche, la testata sparata tra il 27 e il 28 settembre chissà in quale muro si sarà conficcata o quale stalla avrà inavvertitamente colpito in aperta campagna.
Bene per il momento mi fermo qui. Domani proseguiamo con altri gustosi particolari della “tragedia”.
3 – to be continued
21 APRILE 2011 - 9:46
Balle e bombe a Reggio Calabria/2: le confessioni di Nino Lo Giudice mandano la giustizia su “Scherzi a parte”
Carissimi amici di blog da ieri sto ragionando sull’ordinanza del 15 aprile 2011 della Procura di Catanzaro che ruota intorno alla serie di falliti attentati alla Procura generale di Reggio Calabria e ai procuratori Salvatore Di Landro e Giuseppe Pignatone.
I Lo Giudice – colpiti nel portafoglio e arrabbiati per essere stati lasciati soli dallo Stato – sarebbero i soli responsabili. Una cosca reggina di seconda o terza fila avrebbe fatto tutto ‘sto casino senza una strategia che viaggiava molto ma molto più in alto di loro? Impossibile da credere e infatti la Dda di Catanzaro parla di “reticenze”.
Ma vogliamo leggerli insieme alcuni dei più gustosi passaggi di Antonino Lo Giudice? Ma si, che è meglio di una puntata di “Scherzi a parte…”.
TIRA E MOLLA
Rimanendo alla lettura dei verbali di interrogatorio di Nino Lo Giudice, si legge che “non può non osservarsi sin da ora che le dichiarazioni dell’indagato sono connotate da precisione, quanto ad alcuni aspetti (come quelli relativi all’esecuzione materiale) e voluta genericità quanto ad altri particolari (quali la genesi degli attentati, le motivazioni della scelta, degli obiettivi, il ruolo del fratello Luciano)”.
Non so se mi spiego: sconosciute le motivazioni e gli obiettivi!!! Ma non è finita qui. Subito dopo si legge che “…il dichiarante ha talvolta modificato le dichiarazioni rese in precedenza, offrendo comunque le relative motivazioni e giustificazioni. Le dichiarazioni, inoltre, possiedono una generica logicità interna nelle ricostruzioni offerte”.
Ma andiamo ancora avanti (pagina 8 dell’ordinanza della Procura di Catanzaro) perché il bello deve ancora venire. La stessa Procura ribadisce che la valutazione dell’attendibilità intrinseca delle dichiarazioni del Lo Giudice non può estendersi sic et simpliciter alle dichiarazioni rese sulla genesi dei tre delitti, la loro causale e la scelta degli obiettivi. “Le dichiarazioni sul punto…appaiono generiche e non individualizzanti – si legge – e mancano, infatti, specifiche indicazioni suscettibili di preciso riscontro sulla natura delle pregresse vicinanze dei Lo Giudice con precisi soggetti istituzionali e in particolare magistrati (Alberto Cisterna e Francesco Mollace ndr); i motivi per cui i rapporti con almeno due magistrati inducevano i fratelli Lo Giudice (e in specie Luciano) a pretendere una riconoscenza così forte da richiedere un intervento in relazione alla vicenda cautelare che li aveva inaspettatamente colpiti”.
CONSOLATO CONSOLATUM
Ma a pagina 9 c’è una chicca che conferma la voce che a Reggio Calabria corre da quando mio nonno aveva i calzoni corti. Consolato Villani, diventato collaboratore di giustizia, non risparmia negli interrogatori giudizi sprezzanti nei confronti dei fratelli Lo Giudice, motivati “dal loro essere stati in passato confidenti occulti delle Forze di polizia”. E chi gioca a fare i confidente non sa forse quanto sia rischioso il gioco stesso e che lo Stato può lasciarti al tuo destino in qualunque momento? E non sa forse che per le stesse cosche regine (con una g sola), che hanno propri uomini ovunque (dalla magistratura alla Chiesa) non esiste confessionale che tenga e dunque conoscono per nome e cognome tutte le “spie” degli sbirri?
Andando oltre nella lettura si scopre che Antonino Lo Giudice, parlando con Villani, non fa mai riferimento all’attentato della notte del 3 gennaio ma si limita a dire: “Lascia che li arrestino tutti”. Da ciò - deducono i magistrati – “fornisce al Villani la conferma del suo coinvolgimento”. Qualcuno mi spiega – di grazia – come si fa da quella frase a dedurre il coinvolgimento? Atteso ovviamente il fatto che il coinvolgimento, reale, è un fatto “minore” in questa abile strategia da “tragedia”.
Sempre Villani poi “intuisce” che Antonio Cortese aveva partecipato all’attentato. Intuisce!??! E come? “Dalle modalità dell’attentato e dalla visione dei filmati che venivano trasmessi da tutte le reti”, si legge nell’ordinanza.
Scorrendo qualche riga Villani “deduce” che Antonino Lo Giudice guidava lo scooter. Da cosa? “Dal fatto – scrive il Gip Assunta Maiore – che secondo il collaboratore la visione del filmato e l’altezza del Lo Giudice e le sue fattezze fisiche gli consentirebbero agevolmente di travestirsi da donna…”
Per il momento mi fermo qui. La lettura in controluce dell'ordinanza continua a breve.
2 – to be continued (la precedente puntata è stata pubblicata ieri)
20 APRILE 2011 - 14:47
Balle e bombe a Reggio Calabria / 1: la scaltrezza dei Lo Giudice in attesa di dossier, corvi e nuovi veleni
Cari amici di blog molti di voi avranno seguito le recenti vicende di Reggio Calabria e il fatto che qualcuno si è affrettato ad alzare la V in segno di vittoria.
Tutto risolto. A Reggio la ‘ndrangheta non fa più paura.
Nella famiglia Lo Giudice – che nella mappa della criminalità di Reggio Calabria è in seconda o addirittura terza fila nonostante ciò che scrivono i “professoroni” della penna a comando – è stata individuata l’origine e la fine della serie di attentati e minacce che si sono susseguiti dalla notte del 3 gennaio 2010 a ottobre 2010.
Una storia ben raccontata alla quale io non credo. Almeno fino in fondo. Storia struggente, buona anche per riportare in auge una stagione dei veleni – vedrete che il tempo mi darà ragione – che ricorda quella del corvo di Palermo. Una stagione della peggiore specie. Quella in cui la politica viene appena sfiorata dalle inchieste e alcuni magistrati vanno a braccetto con gli indagati. Siamo solo all’inizio.
Gli stessi magistrati di Catanzaro, nell’ordinanza che la scorsa settimana ha portato all’arresto di 4 persone, dicono chiaro e tondo che le reali motivazioni che hanno portato alla serie di delitti (le bombe alla Procura generale, sotto casa di Salvatore Di Landro e davanti al Cedir) restano sconosciute. La parola reticenza viene usata da Vincenzo Lombardo, capo della Procura di Catanzaro, senza paura.
La sensazione – nettissima – è che abbiamo assistito e stiamo assistendo a una fantastica stagione di depistaggi, durata finora 15 mesi, in cui gli obiettivi possono, allo stato attuale dei fatti, solo essere oggetto di congetture.
E I MOTIVI?
Personalmente credo che il vero obiettivo sia distogliere l’attenzione dalla disgustosa commistione tra ‘ndrangheta, affari, politica, massoneria deviata e pezzi di Istituzioni deviate, che drenano centinaia di milioni del decreto per Reggio, mungono le municipalizzate e restano in attesa della manna del Ponte sullo Stretto.
Non dimenticate mai – e ripeto mai – che in questa matassa ignobile giocano un ruolo pesantissimo i servizi segreti, più o meno deviati, che anche in queste vicende stanno entrando a piedi uniti con dossieraggi in preparazione che a breve faranno cucù come l’uccellino dall’orologio a pendolo.
Credo, ancora, che sia verosimile la volontà di colpire, con la serie di attentati, il “nuovo corso” del procuratore generale Di Landro che altro non sarebbe, poi, se non una scrupolosa e attenta lettura corale dei fascicoli, una mera attenzione alla cura dei dibattimenti, soprattutto per quelli più delicati (a esempio il cosiddetto processo Rende, il processo alle banche e i tanti processi riguardanti le cosche eccellenti delle città, i cui portafogli potrebbero subire qualche “colpetto”).
Credo anche che il processo Rende – da subito individuato dal pg Di Landro come snodo vitale della strategia della tensione – giochi una parte delicatissima, anche per alcuni risvolti inediti che racconterò nei prossimi giorni.
LA SEQUENZA
La sequenza di ciò che è accaduto dal 3 gennaio 2010 – ricordo perfettamente che in quei giorni ero tra Reggio e Rosarno per seguire la cosiddetta rivolta dei neri – è assolutamente incredibile e, ancora più incredibile è quello che potrà accadere a breve. La macchina del fango sta entrando in azione e la Procura di Catanzaro – per ora, ma solo per ora – è riuscita a spegnere il ventilatore.
Il finale è già scritto: Reggio è una città irrecuperabile e su questo assunto qualcuno – a ogni livello - tenterà di costruire il resto di una carriera “chiacchiere-e-distintivo” A Reggio, così, la matassa continuerà a governare i miliardi che piovono e pioveranno a catinelle grazie al decreto per Reggio e, chissà, anche al “Ponte sulle mafie dello Stretto”.
Mettetevi in testa una cosa: tutto ma proprio tutto quel che succede a Reggio ruota intorno a quelle centinaia di milioni del decreto per Reggio (in attesa dei miliardi quelli per il Ponte). Lì è i-ne-qui-vo-ca-bil-men-te, come ho scritto e riscritto più volte, anche la chiave degli attentati e delle serie minacce al sindaco facente funzioni (che non a caso volerà per altri lidi) Giuseppe Raffa. Le ‘ndrine che comandano in città – De Stefano e Condello in primis – non possono permettere che sfugga loro il controllo delle risorse, mentre oltretutto da anni allungano sempre più la propria ombra sulle municipalizzate cittadine, altra “cassaforte” inesauribile.
Abbiate la compiacenza di seguirmi. Lo so che sarò lungo ma queste vicende – che sono un pezzo importante della democrazia italiana – non possono essere raccontate in due righe. Questo è solo il primo post. Chi vuole mi segua. Agli altri auguro buona giornata e Buona Pasqua.
Nella notte tra il 2 e il 3 gennaio 2010 una manina ignota piazza una bomba sotto la sede della Procura generale di Reggio Calabria.
L’8 marzo 2010 il capo della Procura generale di Reggio Calabria, Salvatore Di Landro, spedisce una nota riservata al ministro della Giustizia Angelino “Jolie” Alfano in cui ricostruisce punto per punto i motivi che sarebbero dietro la bomba della notte del 3 gennaio.
Quella lettera arriva anonimamente sulla mia scrivania alcune settimane dopo e - per primo in Italia su questo umile blog – ne dò notizia l’8, il 9 e il 10 giugno 2010 (anche sul Sole-24 Ore), ripreso poi da tutti i media nazionali.
Ma cosa c’era scritto su quella lettera-relazione? Oltre a rimandare all’archivio, sinteticamente Di Landro afferma che dietro la bomba ci sarebbe stata la sua volontà di cambiare in corso le carte sul tavolo del cosiddetto processo “Rende”. Non lo dice solo lui ma lo dicono anche i riscontri dei Carabinieri e lo dicono anche le minacce e la promessa di una bomba che radio-carcere invia all’avvocatessa di parte civile Giulia Dieni. “Questo fatto – scrive testualmente Di Landro – assume una colorazione sinistra e tenebrosa ed è indice dell’assoluta valenza della causale individuata”. Ma Di Landro è talmente sicuro del fatto suo che ad Alfano scriverà: “l’avvocatessa Dieni fu buon profeta: la bomba vi fu ed esplose in danno della Procura generale”.
Quindi a marzo era tutto chiarissimo: alla causa della bomba c’era il processo Rende.
Il 26 agosto 2010 una bomba esplode proprio sotto casa di Salvatore Di Landro che, incredibilmente, nonostante tutto quel che accade a Reggio Calabria non era sorvegliata 24 ore su 24 ma solo “vigilata”. Attenzione: l’attentato non è all’Istituzione ma proprio a lui, in quanto Salvatore Di Landro, magistrato mite ma inflessibile, onesto e corretto.
Il 30 settembre 2010 quattro soggetti ritenuti vicini alla cosca Serraino vengono arrestati proprio con l’accusa di essere dietro l’attentato della notte del 3 gennaio.
Il 5 ottobre 2010 viene ritrovato un bazooka davanti alla Procura della Repubblica e una telefonata anonima indica che si tratta di un messaggio al capo della Procura Giuseppe Pignatone.
Mentre tutto questo accade – bombe, relazioni ai ministri, attentati e minacce ai capi delle Procure - non va mai perso di vista un punto: alcuni magistrati e alcuni uomini delle Istituzioni, nei mesi, siedono alla destra o alla sinistra di politici indagati o discussi in convegni pubblici e occasioni pubbliche mentre il giorno prima li hanno magari ospitati in Procura per interrogarli o in Questura per ascoltarli. Altri magistrati della Dda e altri investigatori, invece, non solo lavorano e portano a casa risultati ma, di pari passo, raggiungono anche altri due sgraditi obiettivi: vengono minacciati seriamente, molto seriamente, di morte e, proprio con il loro lavoro certosino e infaticabile, scavano un fosso enorme (e visibile a chi mastica tutti i giorni mafia) tra loro e chi fa antimafia a parole sperando, con la benevolenza della politica mai toccata dalle inchieste, di fare ancora carriera.
Il 15 aprile 2011, 4 arresti a Reggio Calabria per gli attentati compiuti contro il procuratore generale, Salvatore Di Landro e contro il procuratore Giuseppe Pignatone. Delle bombe si era autoaccusato il boss pentito Antonino Lo Giudice, arrestato a ottobre 2010. L’ordinanza di custodia cautelare viene emessa dal gip di Catanzaro su richiesta del procuratore distrettuale, Vincenzo Lombardo, e dal pm Salvatore Curcio.
Tre dei presunti responsabili, ritenuti affiliati alla cosca Lo Giudice, sono già in carcere. Due di loro sono appunto Antonino Lo Giudice e il fratello Luciano, ritenuti i mandanti delle bombe; ci sono poi Antonio Cortese e Vincenzo Puntorieri, il giovane che avrebbe aiutato Cortese nel piazzare gli ordigni.
Gli atti intimidatori sarebbero stati progettati dopo l’arresto di Antonino Lo Giudice, insomma una reazione della “coschetta” di terza fila all’arresto del presunto boss, dopo il mancato “rispetto” da parte dello Stato per la collaborazione e dopo i sequestri alla famiglia per 9 milioni.
COSE DA PAZZI
Insomma tutto ‘sto casino – bombe, minacce eccetera – è da attribuire ai Lo Giudice che nella geografia della ‘ndrangheta reggina - senza che il gotha li autorizzi - contano quanto il due di bastoni quando a briscola regna coppe? Senza dimenticare che un altro paio di figurine sarebbero dietro la messinscena dell’attentato al Capo dello Stato. E secondo voi la ‘ndrangheta seria (quella di cappa, spada, tavole e leggi) avrebbe consentito tutto questo ‘sto casino per un paio di familiari Lo Giudice arrestati e 9 milioni sequestrati!
A nessuno viene in mente che – ammesso e non concesso che i Lo Giudice nella loro mente potessero veramente credere di avere aderenze istituzionali – dopo il primo attentato fallito del 3 gennaio, tutte le cosche calabresi del globo terracqueo avrebbero fatto di tutto per fermarli?
Nessuno ricorda che radio carcere già a febbraio/marzo rimandava da una cella all’altra l’ordine di fermare la mano di quei “pazzi” che avevano attentato alla Procura? E ben sapendo che radio carcere impiega pochissimo tempo a spedire sulle frequenze giuste le notizie volute, si può davvero credere che i Lo Giudice – da soli e senza nessuna autorizzazione – si spingano fino ad un secondo attentato a casa di Di Landro e finanche scodellare uno spara missili sotto la sede del Cedir?
E le certezze – messe nero su bianco dal Procuratore Di Landro – sulla reazione scatenata dal processo Rende che fine hanno fatto? Perché non ne parla più nessuno?
Lo stesso Di Landro, scrive, a proposito della bomba sotto la Procura che “se vi fosse altra spiegazione la ndrangheta, mai sotto tiro come in questo lasso di tempo, avrebbe fatto di tutto per far allentare la pressione cui è sottoposta, consegnando (almeno) con una soffiata gli autori dell’attentato”. Lo scrive – e ve lo rivelo per la prima volta – a pagina 8 della relazione spedita a marzo ad Angelino “Jolie” Alfano.
E i Serraino che fine hanno fatto e che ruolo ricoprono anche alla luce del processo Rende? Qui l’analisi sfiora la macchietta. Mentre, nelle scorse ore, apprendiamo infatti che quella pista non è stata abbandonata, contemporaneamente a pagina 60 dell’ordinanza, il Gip scrive burocraticamente di “primigenia tesi investigativa” e dunque lascia capire che è una pista ormai abbandonata a favore della verità dei Lo Giudice.
Riletto 13 mesi dopo, quel che scrive Di Landro (che ha una carriera lunga in magistratura quanto una vita) è profetico: la pressione è stata allentata ma solo sulle collusioni tra ‘ndrangheta, massoneria deviata, istituzioni deviate e politica e nel nome di un gruppo di seconda o terza fila delle cosche reggine. Gruppo che si è magari immolato sull’altare della Patria confessando di tutto, di più? Manca solo il fallito attentato a Topo Gigio e abbiamo fatto bingo. I motivi di questo atteggiamento – sui quali tornerò approfonditamente nelle prossime ore con un nuovo post – può legarsi al fatto che i Lo Giudice fanno affari milionari a Reggio ma non hanno un territorio. Non hanno una propria zona. Il patto raggiunto con la piramide della ‘ndrangheta ha permesso loro di essere presenti a macchia di leopardo. Macchie che possono essere cancellate con facilità dal gotha delle cosche. Una condizione debole, debolissima di sudditanza, quindi. Per continuare a esistere e fare affari la “tragedia” può essere un onorevole via d’uscita per tutti. Una via d’uscita, una “tragedia” che permette – innanzitutto – di lasciare il gotha politico-mafioso-massonico-deviato lontano dai riflettori, impegnato com è a succhiare e drenare centinaia di milioni del decreto per Reggio, blindare la cassaforte delle municipalizzate reggine e intercettare le risorse statali e comunitarie che piovono generosamente in Calabria.
A presto
1 – to be continued
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